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giovedì 15 ottobre 2015

"LAUDATO SI"

LAUDATO SI’. L’ECOLOGIA TOTALE DI PAPA FRANCESCO.

“La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”             Papa Francesco “Laudato sì”                                                                          
 di Anna Migliaccio


 L'Enciclica di Papa Francesco “Laudato Sì” sulla “cura della casa comune” è ormai apparsa in tutte le librerie. Si presenta a prima vista come un manifesto per la salvezza del creato, da cui l’uomo dipende.  Ma non è un testo “ambientalista”.
Ad una lettura più approfondita è qualcosa di ben più rivoluzionario. E’ una condanna esplicita dell’economia e del modo di produrre capitalista. Una novità assoluta nella storia del magistero della Chiesa cattolica.
Eppure a leggerla tutta, l’enciclica di Papa Francesco, dalla prima all’ultima pagina, noteremo l’assenza di due parole chiave. Qualche volta ne siamo rimasti sorpresi come se l’impresa di sostituirle sempre e comunque con eufemismi  o differenti articolazioni fosse impresa impossibile.  Due parole: una è “capitalismo” l’altra è “imperialismo”. Queste due parole, proprie del nostro linguaggio marxista leninista, non compaiono mai, dalla prima all’ultima riga. In compenso il Santo Padre ne utilizza diverse altre dal significato inequivocabile. Vi si trovano infatti, e in abbondanza, espressioni come “economia di mercato” “profitto” “bene comune” “bolla finanziaria” . Vi si trovano, e in abbondanza,  parole chiare e inequivocabili sul concetto di eguaglianza e diseguaglianza. Ecco, l’eguaglianza appunto. Cioè il nocciolo del nostro modello di società.   L’Enciclica di Papa Francesco non è, come molti vorranno comodamente pensare, un’esortazione ecologista, ambientalista “verde”. Anzi, sopra un certo ecologismo di maniera, politicamente inefficace se non complice dell’economia di mercato, il Papa non si astiene dalla critica feroce e pungente.  Quelle due parole, capitalismo e imperialismo, pur non pronunciate apertamente, soggiacciono dell’argomentazione dell’enciclica.  Molti autori del novecento hanno posto la questione chiave: è possibile parlare di ambiente e natura senza mettere in discussione il modello di produzione e la gestione politica delle risorse? Evidentemente no. Alcuni autori latinoamericani hanno distinto un’ecologia del benessere dall’ecologia dei poveri. Il Papa prende la seconda via. Un’ecologia integrale non può esimersi dal discutere sulla proprietà delle risorse e dei mezzi produzione e sui modelli produttivi. L’Enciclica è  una proposta di ecologia integrale che presuppone il ripensamento di tutti i rapporti sociali e politici in una direzione che non serve affatto sia dichiaratamente orientata al modello socialista perché ci sia profondamente vicina.  Il percorso dell’argomentazione del pontefice è saldamente ancorato al magistero dei Papi che lo hanno preceduto, alle Sacre Scritture, a testi dei vescovi latinoamericani sul tema dell’ambiente e dello sviluppo economico, ai documenti del Concilio vaticano II. Un ancoraggio saldo che tacita sul nascere ogni possibile bolla di eresia. Solo tre sono gli autori citati nelle note dal Pontefice (non Papi, Vescovi o autorità di altre religioni): Paul Ricoeur, Teillard de Chardin (gesuita come Papa Francesco, e nel passato considerato un autore “eretico”) e Romano Guardini. Tre autori che hanno posto il problema della natura ma non certo nell’ottica di un ambientalismo, di un ecologismo, opportunisticamente disimpegnato.    Resta il dato certo che per la prima volta nella storia del magistero ecclesiale il capitalismo e l’imperialismo, un sistema economico non pianificato, posto nelle mani di pochi e che ha di mira il profitto, un sistema economico fondato sul consumo e sullo spreco per pochi e non per tutti, foriero di diseguaglianze, povertà miseria, fame, guerre, possono essere visti  come un peccato capitale che distrugge l’uomo, gli animali, il pianeta.  Un peccato contro Dio e il creato, diremmo forse un’interpretazione autentica del “peccato originale” raccontato in forma mitica nella Genesi. Per la prima volta un pontefice analizza la povertà e la divisione del pianeta in paesi ricchi e poveri, in sfruttatori e sfruttati, come conseguenza diretta e inevitabile di un sistema economico con quelle caratteristiche. Non come un fatto rimediabile restando all’interno di quel sistema economico, o cercando di lenire la condizione degli sfruttati e degli oppressi con le limosine.     Il termine “Ecologia” è la composizione di due vocaboli greci: Οικοσ + λογοσ Letteralmente significa discorso sulla casa, o studio sulla casa, gestione della casa.  Possiamo quindi affermare che il ragionamento di Papa Francesco è simile a quello che fa Aristotele nella Politica. La politica, per Aristotele, è prima di tutto gestione della propria casa e famiglia, e poi, sullo stesso modello, quello del buon padre di famiglia, gestione dello Stato coi medesimi criteri. L’ecologia, dal punto di vista epistemologico, e dunque sostanziale,  non è affatto l’equivalente dell’ambientalismo, non è un discorso sulla natura e non è un artificioso conflitto tra uomo e natura.  Lo stato pietoso e allarmante dell’ambiente naturale è sì un punto di partenza, ma in un approccio, per così dire, fenomenologico, che si sostanzia nell’osservare il dato di realtà. C’è un fatto. Un fatto che nessuno può negare. Il comportamento economico dell’umanità così come si configura attualmente sta distruggendo il pianeta e distruggerà così l’uomo stesso. L’economia capitalista (o come dice il Papa basata sul consumismo e sul profitto) non è solo fonte di ingiustizia e diseguaglianza. E’ la morte.  L’uomo, per salvare sé stesso e l’insieme degli organismi viventi da cui egli stesso dipende, deve cambiare modello di economia.   Leggiamo insieme alcuni stralci di questa Enciclica:   La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai detta-mi e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al ser-vizio della vita, specialmente della vita umana. Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo. La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a varia-bili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali.regionali La bolla finanziaria di solito è anche una bolla produttiva. In definitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che si diversifichi e si migliori la produzione, che le imprese funzionino adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino occupazione, e così via.  Altrove il Papa discute di Lavoro. Contesta apertamente che la sostituzione dell’uomo alla macchina venga fatta senza preoccuparsi di creare disoccupazione e miseria. Non crediamo che il Papa sia ingenuamente luddista. Il punto è chi governa i processi. Noi marxisti diremmo “chi possiede i mezzi di produzione” e dunque redistribuisce la ricchezza prodotta. Discute apertamente, il Papa, di energie rinnovabili e non rinnovabili, di produzione necessaria e non necessaria, di progetto della città, di diritto alla casa, all’acqua, al cibo, e alla bellezza dell’ambiente in cui si vive. Perché i poveri sono relegati alla periferia delle città, alla periferia del mondo, e la periferia è la discarica ove si getta lo scarto.   L’uomo figlio di Dio ha ragione  di volere il pane e anche le rose. Di volere una vita dignitosa e felice. Il figlio di Dio ha diritto alla felicità. Del resto l’iniziale citazione dell’Enciclica che abbiamo posto ad incipit diceva già tutto.■

domenica 2 agosto 2015

domenica 19 luglio 2015

NOTE SU ITALICUM

MODIFICHE ALL’ITALICUM E DINAMICHE IN ATTO NEL SISTEMA POLITICO ITALIANO di Franco Astengo
Una doverosa premessa in principio di questo breve intervento che potrà essere frainteso come elaborato all’interno di una logica esclusivamente rivolta alle dinamiche di “politica fine” e di schieramento in osservanza al concetto di “autonomia del politico”.
Deve essere chiaro, invece, che tutte le osservazioni riguardanti le dinamiche in atto, o prevedibilmente in atto nel breve periodo, all’interno del sistema politico italiano sono legate al concreto dello svilupparsi di una drammatica situazione sia sul piano internazionale, sia su quello interno che richiedono urgentemente una rappresentanza politica al riguardo dei temi della pace, della crescita enorme delle diseguaglianze, dell’impoverimento generale, di un arretramento complessivo sul piano culturale e di un riacutizzarsi estremo dell’intreccio tra la contraddizione di classe e quelle definite post-materialiste, in un quadro di accelerazione dell’individualismo all’interno di una società disgregata dalle scelte feroci di gestione del ciclo capitalistico attuate nel corso degli ultimi anni.
Ciò premesso e andando per ordine si tratta di occuparci, almeno per questa volta, dei “rami bassi” della situazione politica italiana.
Autorevoli osservatori e analisti esprimono, in questi giorni, la convinzione che la nuova legge elettorale denominata Italicum non sarà mai sottoposta alla prova del voto e sarà modificata quanto prima, almeno in un punto essenziale: quello dell’attribuzione del premio di maggioranza a coalizione anziché ad una lista, come attualmente previsto.
Nonostante le assicurazioni di partenza al riguardo del fatto che questo sistema sarebbe stato imitato all’estero (idea che nessuno ha raccolto e avanzato) questa formula elettorale (sistema elettorale è cosa diversa dalla mera formula di mutamento dei voti in seggi) presenta un limite insuperabile, quello – appunto – del ballottaggio (non doppio turno, anch’esso cosa diversa: vedasi sistema di doppio di turno di collegio in Francia, modello maggiormente esemplificativo in materia) tra due liste.
L’esito delle elezioni regionali e ancor di più di quelle amministrative (dove-appunto- vige il ballottaggio nel caso di mancato superamento del 50% da parte di un candidato) ha gettato nel panico il “giglio magico” e lo stesso prof. D’Alimonte, escogitatore – principe dell’Italicum ha cominciato a sollevare dubbi.
In quadro di elevatissimo astensionismo (al ballottaggio sicuramente superiore al 50%) risulterebbe troppo facile per coloro che intendessero votare semplicemente “contro” il soggetto autore di questa legge elettorale e naturale favorito, il PD, per abbatterlo definitivamente. Ancor più facile poi se si presentasse alla singolar tenzone un soggetto populista, senza precisa connotazione di destra o di sinistra all’interno di una logica post- post – moderna, come il M5S.
Nel mantenimento della prospettiva della “vocazione maggioritaria” sono queste le ragioni più evidenti perché si apra una stagione di modifica dell’Italicum al premio di coalizione (questo fatto conforterebbe anche gli antichi sodali del centrodestra non costringendoli alla lista unica, con capolista della Lega al Nord e di Forza Italia al Sud, riedizione della vecchia geniale pensata del “Polo della Libertà” e di quello del “Buongoverno”).
All’interno di questo quadro, reso del tutto plausibile dall’osservazione delle dinamiche in atto, riemergerebbe il fantasma di un equivoco: quello della ricostituzione del centrosinistra.
Allora, prima ancora di partire, devono essere chiari alcuni dati: un’eventuale coalizione di presunto centrosinistra risulterebbe, nelle condizioni date, del tutto dannosa.
Occorre chiarezza: l’ha fatta qualche giorno fa Paolo Franchi sulle colonne del “Corriere della Sera” invitando il PD a smetterla con le mistificazioni e a proporsi come soggetto posto al centro del sistema politico (poi si rileva un gigantesco fraintendimento rispetto al termine “moderati”, ma questo è un altro paio di maniche).
La debolezza dell’ipotesi di centrosinistra (o di “nuovo centrosinistra”) è ben dimostrata, proprio in questi giorni, dal totale esaurimento di funzione di SeL e dalla diaspora interna al PD : il frutto di analisi completamente sbagliate da parte di improvvisati e presunti “protagonisti” della politica che oggi non possono permettersi il lusso di esclamare “ci eravamo illusi”.
L’errore di prospettiva in politica non esiste, è necessaria una collocazione ben precisa anche e soprattutto nel quadro dello schieramento politico (questo ragionamento vale, naturalmente e ancor di più per la confusa “coalizione sociale” di Landini e per chi si allinea a prospettive del genere, senza comprendere la realtà della scontro in atto, come accade ad una pletora di opinionisti ospitati dalla redazione del “Manifesto”).
La sinistra, in questo momento, può essere soltanto d’opposizione e d’alternativa legata alla necessità di sviluppare un’adeguata rappresentanza politica al riguardo delle contraddizioni in atto, sommariamente elencate all’inizio di questo lavoro.
Questo discorso vale per tutta la sinistra, quella erede della parte migliore della storia del movimento operaio e quella più legata alle nuove “fratture” dell’oggi.
E’ inutile nasconderci, infine, dietro il dito della distanza da mantenere sul piano elettorale e istituzionale.
Pura ipocrisia: la partecipazione elettorale e la presenza istituzionale a livello centrale rimangono aspetti fondamentali dell’agire e della presenza politica. Questo fatto va affermato con grande chiarezza ed onestà intellettuale.
Anche sul piano elettorale è necessario dunque recuperare, prima di tutto, autonomia e capacità di esercitare egemonia a livello di massa.
L’Italicum nella sua versione attuale richiede e impone la messa in campo di questa capacità di autonomia nella rappresentanza: ma ancor di più lo richiederà nel caso di una modifica operata nel senso del privilegio della logica coalizionale (anche rispetto al M5S beninteso, viste le caratteristiche di fondo di questo soggetto che, comunque, non pare intenzionato a entrare all’interno di logiche di alleanza).
Si apre ancora una volta, caso mai qualcuno lo avesse dimenticato, il tema della soggettività politica, del partito: un argomento al quale sarebbe necessario dedicare con urgenza riflessione e iniziativa.

sabato 18 luglio 2015

COSTITUENTE COMUNISTA ROMA (videointegrale)

Segreteria nazionale PCdI

Esprimiamo piena soddisfazione per l’esito dell’assemblea nazionale promossa dall’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista, svoltasi a Roma domenica 12 luglio, ed avente come obiettivo dichiarato il lancio della Costituente Comunista.La presenza di circa 400 compagne e compagni, la discussione che ne è scaturita, il rafforzarsi del rapporto, all’interno dell’Associazione per la ricostruzione del Partito Comunista, tra il nostro Partito, l’area del PRC e gli intellettuali, gli artisti ed i quadri operai senza tessera che condividono il progetto della Costituente Comunista, l’attenzione rivolta all’evento ed a tutti noi da parte dei soggetti della sinistra, l’interlocuzione avuta con diversi di essi e, soprattutto, le conclusioni dell’Assemblea, fortemente volte a proseguire e rafforzare il processo costituente, parlano chiaramente della riuscita dell’ iniziativa. In questo quadro va, innanzitutto, rimarcato l’impegno del nostro Partito, che tanto si è speso affinché l’assemblea riuscisse mettendo in campo il lavoro, la generosità di tanti suoi quadri e militanti, ai quali va il più sentito ringraziamento. Con domenica scorsa si è compiuto un significativo passo in direzione della ricostituzione di quel soggetto comunista reso

necessario dallo stato presente delle cose; un partito capace di ridare               
speranza  alle masse popolari, di rappresentare i loro bisogni, un soggetto che parimenti ricerchi la massima unità a sinistra, nel rispetto dell’identità, dell’autonomia politica ed organizzativa delle sue componenti. Come sottolineato a conclusione dell’assemblea, nelle prossime settimane deve proseguire l’impegno ad accumulare forze, a chiamare a raccolta le tante comuniste ed i tanti comunisti presenti nel Paese, a conquistare coloro che manifestano interesse per tale progetto e, insieme, perseguire con determinazione l’interlocuzione a sinistra.In altre parole occorre determinare appieno le condizioni per dare corpo, concretamente, alla nostra proposta politica, che è quella di dar vita ad una forza comunista come cardine di un più vasto fronte di sinistra, in grado di rispondere all’attacco di classe in corso e costruire un’alternativa di sistema.Segreteria nazionale PCdI - See more at: http://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-italia/25874-avanti-verso-la-costituente-comunista.html#sthash.vh0URUmZ.dpuf

venerdì 10 luglio 2015

COSTITUENTE COMUNISTA

Per la Costituente Comunista


Negli ultimi venticinque anni la sinistra italiana ha conosciuto un fiorire intenso di appelli, “nuovi inizi” e costituenti, tutti, in modo più o meno rapido, falliti o sclerotizzatisi. Perché dunque questo nostro appello può e deve essere diverso? Quali caratteristiche deve avere il percorso che abbiamo avviato, ed il soggetto che vogliamo costruire?
Il fatto di perseguire un partito comunista, e non un soggetto genericamente di sinistra più o meno “radicale” ed “antagonista”, è un buon punto di partenza: ma non è il primo appello alla “unità dei comunisti” o alla “costruzione di un soggetto comunista” che vediamo. Altri ve ne sono stati e sono essi pure falliti – o si sono concretizzati nella nascita di un gruppuscolo irrilevante ed autoreferenziale, una caricatura di soggetto rivoluzionario come tante ne sono esistite nella storia, e ancora ne esisteranno.
Noi vogliamo e possiamo essere una cosa differente. Lo possiamo, perché il momento storico è gravido di novità – che siano positive o negative per le classi subalterne lo vedremo, e dipenderà anche da come si posizioneranno e si comporteranno i soggetti sociali e politici – tanto in Italia ed in Europa quanto nel complesso mondiale. Il sistema socioeconomico dominante scricchiola da più parti. Dobbiamo dunque recuperare e continuare la capacità dei comunisti di leggere oggettivamente la realtà, con i dovuti strumenti: in questo segnali positivi ve ne sono, abbiamo in questi mesi ripreso a dare il dovuto peso alle attività di analisi e di studio, e voglio ringraziare in tal senso in primis i compagni di MarxXXI per il lavoro enorme che stanno conducendo.
In Italia da troppo tempo manca un soggetto in grado di essere al contempo attento analista della realtà e propositivo supporto alle rivendicazioni delle masse popolari. Quel PCI “ucciso” da una malcostruita idea di “modernità”, dal prevalere di una idea di liquidazione della tradizione comunista, rispetto ad una storia di originale pensiero e pratica politica, che aveva saputo per decenni armonizzare spinta rivoluzionaria e capacità di intervento e di riforma, che aveva saputo sviluppare il meglio del pensiero comunista senza chiusure, settarismi e dogmatismi.
Ecco, a quella esperienza noi ci vogliamo e ci dobbiamo ispirare. Non è possibile ricreare quel partito: ma a quella tradizione, tutta intera, ci richiamiamo, senza agiografia né nostalgia ed al contempo consci delle difficoltà e degli errori – perché se dobbiamo ritrovarne il meglio dobbiamo evitare di percorrere le medesime strade che ne hanno segnato l’autodistruzione.
Cosa è necessario in tal senso? Dobbiamo in primo luogo evitare di dar vita all’ennesima iniziativa autoreferenziale e di pura sopravvivenza di un ormai logoro “ceto politico”: senza astio, grati per il lavoro fatto e interessati all’esperienza accumulata, ma chi ha fatto la sua strada e porta in prima persona la responsabilità di tanti errori di questi ultimi decenni, deve farsi da parte. Nel contempo dobbiamo lavorare alla preparazione di una nuova generazione di dirigenti, ben preparati e ben sostenuti dalla base, evitando alcuni fondamentali errori che han contribuito alla fine del PCI (l’eccesso di eclettismo nella formazione, ma soprattutto l’aver consentito forme di cristallizzazione di un “ceto funzionariale” separato dalla base, autoriproducentesi attraverso un eccessivo ricorso alla cooptazione ed un uso quantomeno “fantasioso” delle procedure statutarie).
Funzionale a questo – e vitale per un vero partito comunista – è il radicamento sociale. Non siamo più nella stagione dei partiti di massa, è vero, ma un partito comunista non può rinunciare alla sua presenza capillare nei luoghi di vita e di lavoro ed alla sua funzione anche pedagogica; in questa direzione rinfrancano le numerose adesioni di nuclei operai al nostro percorso, come il sostegno attivo di tanti esponenti del pensiero critico in tanti campi dell’accademia e non solo. Dovremo essere presenti, attivi e credibili, in tutte le rivendicazioni progressive, nelle pieghe più sofferenti della società, con quella già richiamata capacità di coniugare afflato rivoluzionario e pragmatica capacità di intervento e di proposta. Macaluso, un esponente del PCI col quale spesso non sono stato d’accordo, ha definito nel titolo di un suo libro i comunisti italiani “comunisti e riformisti”: ed in ciò credo stesse una delle fondamentali peculiarità di quel partito che giunse a raccogliere l’adesione di oltre due milioni di italiani sotto Togliatti, e che con Berlinguer giunse a raccogliere oltre il 30% dei voti di un elettorato allora più ampio, in termini di partecipazione al voto, dell’attuale. Quell’approccio dobbiamo recuperare, evitando di ripetere la deriva che lo spense in una banale abiura della storia comunista….
Corollario indispensabile, la definizione di chiare ed efficaci regole di partecipazione alla vita del partito, di regole per la nomina e la revoca dei dirigenti, di regole – soprattutto – per la elaborazione collettiva. Il partito è un “intellettuale collettivo” e come tale deve agire, dunque dobbiamo rilanciare – in TUTTA la sua articolazione -, il centralismo democratico. In questi venticinque anni, anzi già da prima, tanto danno han fatto al movimento comunista le divisioni pregiudiziali, le lotte intestine, che erano causa ed effetto (al contempo) di una modalità sclerotizzata di conduzione delle discussioni. Che non puntavano alla sintesi e dunqe MAI avrebbero potuto praticarla.
Un Partito Comunista degno di questo nome non può prescindere da una compiuta applicazione del centralismo democratico, che solo può garantire la piena partecipazione di tutto il corpo del partito stesso alle discussioni ed alla elaborazione politica.
L’ultimo elemento che ritengo fondamentale per il successo di questo nostro appello è il tema della comunicazione. Abbiamo scarsissime risorse, è vero, ma dobbiamo fare ogni sforzo in nostro potere per dotarci di efficaci strumenti di comunicazione. Non solo e non tanto perché un soggetto politico che non comunica è un soggetto irrilevante, quanto perché il Partito Comunista si rivolge a quella maggioranza che non sa di essere maggioranza – quella classe in sé che deve maturare in classe per sé -, maggioranza che non detenendo i mezzi di produzione è per molti aspetti succube del potere costituito. Nella società attuale, il controllo dei mezzi di comunicazione è pervasivo – noi ci troviamo ad agire praticamente in condizioni di clandestinità, ma non sarebbe la prima volta per i comunisti italiani: dunque dobbiamo lavorare alacremente per creare nostri canali di comunicazione, che ci consentano di ripristinare la nostra autorevolezza e di diffondere ampiamente le nostre proposte. In tal senso di viene fondamentale munirci di un organo ufficiale, riconosciuto (e magari registrato, in modo da poterne imporre la presenza nelle rassegne stampa), fosse anche, in una prima fase, esclusivamente online.
Bene, compagni e compagne, ora non ci resta che lavorare, come disse Berlinguer, “casa per casa, strada per strada”…

mercoledì 24 giugno 2015

EXPO VILLA BAGATTI VALSECCHI

MOSTRA EXPO ARTE. 

 Varedo Villa Bagatti Valsecchi  apre la mostra  EXPO Arte tra polpette avvelenate e…ruolo degli enti pubblici.


di A.M.

 
La storia che ci accingiamo a raccontare potrebbe accadere ovunque, in uno qualunque degli ottomila comuni italiani. Ricchi di storia, cultura e civiltà ma deprivati dei minimi mezzi per l’esercizio pieno dei loro ruoli costituzionali.

Sono ormai molti anni che gli enti locali sono alla mercé di un quadro normativo e di politica economica devastante per la cosa pubblica.

Questa storia si svolge nel piccolo comune di Varedo, capitale briantea della deindustrializzazione e oggi portata alle cronache nazionali con la mostra EXPO ARTE a cura del prof. Vittorio Sgarbi.

All’epoca del secondo mandato del Sindaco Sergio Daniel (centro sinistra) la Villa Bagatti Valsecchi viene acquisita alla proprietà pubblica, acquistata attraverso una Fondazione di scopo, La Versiera, con socio unico lo stesso Comune di Varedo. E' la scelta della Giunta di centro sinistra per realizzare il programma elettorale non ostante il famigerato Patto di stabilità.

Con l’avvento della destra al potere locale il nuovo Sindaco chiama in causa la Corte dei Conti per un parere sulla legittimità dell’operazione. La Corte interviene decretando che l’acquisto del bene storico fatto attraverso la Fondazione è una sostanziale elusione del Patto di stabilità e che l’onere derivante dall’atto notarile deve gravare sul Bilancio comunale. Il Conto consuntivo viene in tal senso rettificato. La conseguenza giuridica è che l’atto di compravendita potrebbe essere nullo.

L’ex Sindaco Daniel riceve un avviso di garanzia. 

Ora, ammesso che il primo passaggio, l’acquisto, esca indenne da tali vicissitudini, quanto più arduo sarà il secondo passo, cioè mettere mano ai lavori di restauro che avranno costi esorbitanti? Occorrerà un mutuo e anche su questo si sono accesi i riflettori. Poi esiste un problema a lungo termine, di gestione e manutenzione.  La capacità politica potrebbe risolverlo, se solo all’ente pubblico fosse concesso di svolgere attività che portino utili, per bilanciare guadagni e perdite.

Ma il modello attuale si fonda sulla socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti.

Dovrebbe essere già da sé oggetto di riflessione il fatto che un comune con popolazione inferiore a quindicimila abitanti e un bilancio proporzionale alle sue modeste dimensioni possa essere lasciato solo nel prendersi la responsabilità di acquistare restaurare e gestire un bene di quel valore. 

Dove sta la Soprintendenza? Dove sta la Regione?  E lo Stato? 

Poi arriva l’EXPO e l’attuale governo locale di destra non può certo apparire l’ultimo fanalino di coda. Il governo locale ha stretti legami politici con la destra regionale e provinciale coinvolta nell’organizzazione del grande evento milanese.

Nel frattempo l'Amministrazione ha cambiato  i vertici della Fondazione La Versiera. Apartitica e apolitica, naturalmente!

Il comune di Varedo, dal canto suo  pensa all’immagine e spende cifre notevoli per la serata inaugurale della grande mostra. I fuochi d’artificio, la presenza di Vittorio Sgarbi,  gli spettatori in abito da sera rigorosamente griffato... Non è stato gratis per i contribuenti. C’è chi parla di duecentomila euro, vox populi… 

Il loquace prof. Sgarbi coglie l'occasione e non manca di lanciare filippiche contro l'abbandono e l'irrilevanza di ciò che ha a che fare con l'arte e la cultura. 
Stranamente, forse in modo strumentale, si comporta come un ignavo cittadino che non conosce come va il mondo. Come non sapesse che l' arte è stata, storicamente, la più privatizzata, la più “clientelare” delle cose che dovrebbero essere di tutti.

In Italia l’arte è stata fiorente solo al tempo delle Signorie e dei Papa Re. Che altro è il mecenatismo se non l’istituzionalizzazione del clientelare? 

Oggi se una forma di mecenatismo esiste ancora, è estremamente elitaria.

Ma anche l’arte non è più popolare da molto tempo, come la politica.

Ed è un vero peccato perché con l’arte e la cultura si lavora e si mangia, in teoria, a condizione che non mangi solo qualche immobiliare, con giochi di scatole cinesi.

Eppure quella mostra merita di essere visitata.

C’è nelle opere un ritorno dell’antico che è straordinariamente nuovo.

C’è un estetica del brutto e del perturbante, del deforme e dell’inquietante. Un filone che si impone nel romanticismo ottocentesco, come ci ha raccontato Umberto Eco nel bel saggio Storia della bruttezza. Il bello è uno solo, la bruttezza, molti.

Pittura e sculture che anche con fastidioso e sgradevole eccesso accarezzano il deforme, l’anti-estetico, la vecchiaia, l’anti-erotico.

Già solo questo fatto nell’epoca dell’immagine eretta a divinità non vi pare meritevole d'attenzione? 

Una nidiata di topi in ceramica smaltata attende il visitatore che imbocca le scale. Sono gradevoli all’occhio, ma la moltitudine che sbuca all’improvviso fà sussultare per un istante il piede dello spettatore.

Forse perché lo stato del luogo è già di per sé complice di quella poetica del disordine e dell’inquietudine, dell’orrore imminente, che è lo spirito di questo tempo, che gli artisti vedono prima degli altri, come i gatti quando si fanno inquieti all’approssimarsi di un temporale.

Fu così per l’arte tra le due guerre e non è un buon presagio.  

Si esce con l’amaro in bocca.  Nella storia che abbiamo raccontato di polpette avvelenate ce ne sono abbastanza.  Come quella per il labrador dell'assessore.

E dire che l’EXPO doveva nutrire il pianeta!

domenica 21 giugno 2015

LOCALE POLITICA

I risultati delle elezioni regionali hanno rimesso in movimento la politica, anche locale.
Nell'ultimo consiglio comunale di Paderno Dugnano si è costituito un nuovo gruppo consiliare assumendo la denominazione Progetto Paderno Dugnano. Il neo gruppo è composto da  due rappresentanti di Forza Italia Mario Mosconi, Giancarlo Pirovano  e dal ex rappresentante della lista Di Maio-Vivere Paderno Francesco Di Rienzo.
Il gruppo "Progetto P.D." nasce con questa anomala novità. Infatti i due eletti con Forza Italia si dichiarano impegnati a <<raggiungere quella IDEA iniziale che ormai si era offuscata e che facevamo fatica persino a ricordare>>.  Discorso a parte merita la sortita del consigliere Di Rienzo.
Per Mosconi e Pirovano il legame con il Partito di Berlusconi rimane intatto. Salvo misure disciplinari, improbabili, il duo evidenzia lo stato di inattività e di inerzia di quel Partito. Innanzitutto ricordando la mancanza di democrazia interna. La discussione politica esercitata <<con opinabile autorità e scarse capacità di coinvolgimento>> e la mancanza di <<iniziative coinvolgenti a livello locale, mai congressi ma neppure convegni>>.
Non si tratta di scissionisti, neppure in ambito istituzionale. Infatti si sottolinea che si intende <<continuare a far parte della maggioranza>> e si rinnova <<la fiducia al Sindaco e a tutti i componenti della Giunta, nessuno escluso>>.
Si tratta, quindi, di una presa di posizione propedeutica per la <<successione politica>> del Sindaco Alparone.  Tant'è che si vuole adoperarsi per <<creare le condizioni per lavorare meglio nel presente, ci prepariamo, anche per il futuro per condividere la sua successione politica >> (n.d.r. :di Alparone).
L'anomala novità serve per evitare che in Forza Italia o quello che potrà diventare imponga  <<........ una soluzione non gradita ed inopportuna>>.
In questo quadro si ribadisce oltre alla fiducia al Sindaco Alparone e alla sua Giunta comunale anche agli alleati di maggioranza Lega nord, in primis per ovvii motivi visto il <<prezioso contributo.......in termini di voti>> , la lista locale PADERNO DUGNANO CRESCE e <<iniziare il rinnovamento naturale del Centrodestra Padernese>> .  La lista Di Maio-Vivere Paderno non viene citata vista l'avvenuta cancellazione istituzionale dovuta alla scelta di Francesco Di Rienzo di aderire al neo gruppo consigliare. Per l' Assessore Di Maio e la sua lista, senza gruppo consigliare, la necessità di aggiornare e definire il proprio ruolo e il rapporto con la sua (sua ?) maggioranza.
Questa evoluzione del quadro politico locale non rassicura, anzi preoccupa. Il fatto stesso di aver fondato una nuova formazione politica locale che pur constatando, dopo decenni, limiti di democrazia, carrierismi e clientele del Partito berlusconiano si propone di sostenere comunque l'Amministrazione comunale e di lavorare per la successione ci porta a pensare alla gattopardesca politica che caratterizza il centrodestra. Il proliferare di liste civiche, localistiche, spesso costituite per mascherare persone e idee,  servono per costruire aggregati politici eterogenei funzionali solo a raggiungere l'obbiettivo del potere per i gruppi dominanti.
Il gruppo neo costituito non solo rivendica la continuità con gli obbiettivi fondativi  di F.I. ma avverte che chi <<non si sentisse all'altezza della situazione si faccia da parte>> .
Fallimento del progetto Alparone? Forse. In un contesto cosi' descritto non può meravigliare i comportamenti "anomali" che caratterizzano le cronache quotidiane nazionali e locali.  
Politica del <<Noi>> praticata da organizzazioni personali ? Non sono credibili. Non sono incidenti di percorso mancanza di democrazia e mancanza di discussione. Quando comunque avvengono, si tacciano gli interlocutori, con la censura e con l'indifferenza o con la supremazia dei numeri.  
Sicuramente stiamo vivendo una fase di aggiustamenti e riposizionamenti politici e sociali. A Sinistra, a Destra  e al centro si stanno ridefinendo ruoli e prospettive. Cosa saranno questi ambiti politici nei prossimi anni è materia imprevedibile. Specie per coloro che si affidano a politiche contingenti, elettoralistiche e personali. Difficile, arduo il compito per coloro che vorranno disegnare la società del futuro. Tema che vede Noi Comunisti impegnati.  
  

PARTITO COMUNISTA costituente


 
 

Oggi, in edicola, acquistando il Manifesto troverete il documento-appello per la Costituente Comunista, il Partito comunista per il XXI° secolo.
 
L'Associazione per la ricostruzione del partito comunista, in applicazione dello specifico intento che ha ispirato la sua nascita, ha deciso di promuovere un processo costituente il cui esito dovrà, appunto, essere la costituzione di un nuovo, unificato, rigenerato partito comunista: un partito comunista degno di questo nome e all'altezza dei compiti imposti dal persistere della crisi strutturale del sistema capitalistico e dalla contestuale involuzione delle condizioni di vita e di lavoro del grosso della popolazione. L'impresa non è delle più semplici, ma da qualche luogo e da qualcuno occorre cominciare. Siamo infatti convinti che, stanti le disastrate condizioni in cui versa la sinistra nel nostro Paese - attraversata da una crisi che è politica, morale e istituzionale - sia urgente ricomporre una presenza organizzata delle comuniste e dei comunisti. A tale questione è dedicato il Manifesto che qui di seguito presentiamo.
 
Nell’attuale contesto frammentato della sinistra italiana, siamo a tutt’oggi variamente collocati; ma condividiamo, sul che fare, due convinzioni fondamentali:
  • Di fronte alla crisi strutturale e sistemica del capitalismo, la più profonda dopo quella del 1929, che ha dimensioni mondiali e gravi ripercussioni anche nel nostro Paese; e a fronte dell’involuzione neo-centrista del Partito Democratico, che sta portando l’Italia verso il modello americano e sta distruggendo le fondamenta della Costituzione repubblicana e antifascista, è ancora più urgente dare corpo ad una presenza unitaria della sinistra: che aggreghi tutte le sue componenti (comunista, anti-capitalista, socialista e anti-liberista e i soggetti anticapitalisti presenti anche in modo rilevante nella società italiana, benché non organizzati) su un programma minimo condiviso; e ricostruisca una rappresentanza politica del mondo del lavoro e delle classi subalterne, schiacciate dall’offensiva di classe scatenata da oltre due decenni dal capitale, nazionale e sovranazionale.
  • E’ indispensabile che all’interno di una sinistra così aggregata, nella forma di un fronte ampio strutturato e operante in modo unitario, si ricostruisca e si consolidi una presenza comunista autonoma, che si proponga la sua riorganizzazione in partito, che sappia unire in questo processo tutte le forze comuniste con una cultura politica affine, che in vario modo si richiamano, attualizzandolo, al miglior patrimonio politico e ideologico dell’esperienza storica del PCI, della sinistra di classe italiana e del movimento comunista internazionale e alla migliore tradizione marxista, a partire dal contributo di Lenin e Gramsci. Con una chiara collocazione internazionalista e antimperialista; consapevole che, a fronte di un imperialismo che mira a scardinare la sovranità nazionale di molti paesi per piegarne la resistenza, la difesa di tale sovranità assume nella nostra epoca un grande rilievo ed è precondizione per l’affermazione del protagonismo dei popoli.
 


mercoledì 3 giugno 2015

ELEZIONI REGIONALI


 Fausto Sorini, membro della segreteria nazionale Pcdi e resp. Esteri
Oltre 2 milioni di voti in meno per il Partito democratico, 893mila consensi persi per il Movimento 5 Stelle (M5S) e 840mila lasciati per strada da Forza Italia. Sul fronte opposto la Lega, che ha riscosso 256mila preferenze in più. Sono i risultati del confronto fatto dall’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna tra i risultati delle ultime regionali e quelli ottenuti alle elezioni Europee del 2014. L’analisi si concentra sul numero assoluto di voti ed evidenzia un’emorragia per tutte le maggiori formazioni, dovuto anche all’aumento dell’astensionismo.
La Lega fa eccezione e registra un progresso del 50%, a fronte di un crollo speculare (-50,2%) del partito guidato da Matteo Renzi. La Lega rispetto al 2014 triplica i consensi in Toscana e Umbria e diventa primo partito del centrodestra e della potenziale coalizione in tutte le regioni in cui ha presentato una propria lista.
Il Pd perde più di 1 milione di voti (-33,8%) rispetto alle politiche del 2013, quando il segretario era Pier Luigi Bersani.
Al contrario il partito di Matteo Salvini registra un +109% rispetto a due anni fa, quando il leader era Roberto Maroni.
Quanto all’M5S, vede i suoi consensi calare del 60% rispetto all’exploit del 2013 (-1,9 milioni di voti). Ma per la prima volta si afferma ovunque e si radica con un larghissimo consenso in elezioni a carattere territoriale.
Dunque:
1. Aumenta del 10% l’astensionismo, che raggiunge il 50%. Un elettore su due non ha votato.
La crisi del rapporto tra popolo e sistema politico è abissale e non è mai stata così drammatica nella storia d’Italia: il che farà forse piacere a Renzi, che non ha mancato più volte di lodare il “modello americano”.
2. Il PD di Renzi crolla dal 40% delle europee al 27,3%. Una parte del suo elettorato rifiuta la sua politica di destra.
3. Questo crollo non avvantaggia le liste residuali di sinistra o estrema sinistra, ma va all’astensione o al Movimento 5 Stelle (M5S), che per la prima volta ottiene un risultato elevatissimo e generale in elezioni a carattere territoriale, dove era per lo più debolissimo.
4. Il Movimento 5 Stelle (M5S), piaccia o non piaccia, raccoglie gran parte del voto di chi tradizionalmente votava comunista o a sinistra ed esprime così oggi il suo malcontento e la sua protesta sociale. Una protesta che, quando viene conquistata dalla polemica contro gli immigrati, va alla Lega di Salvini.
5. Si consideri inoltre che, non a caso, M5S e Lega sono le due formazioni che con più forza guidano la protesta contro la politica sociale dell’Unione europea e contro l’euro. E (soprattutto la Lega) contro le sanzioni alla Russia, che danneggiano la nostra economia. Mentre su questi temi la sinistra residuale (salvo rare eccezioni) balbetta.
6. La destra tradizionale (la chiamo così per distinguerla dalla destra renziana) tiene e recupera, con un riequilibrio interno a favore della Lega, che con l’abile e popolare Salvini tende ad assumerne la leadership. Lega + Forza Italia + Fratelli d’Italia superano il PD di 4 punti. Il Nuovo centro-destra di Alfano, che potrebbe stare indifferentemente con l’uno o l’altro forno, ottiene il 3,8%.
7. Il risultato delle liste di sinistra e di estrema sinistra è disastroso, in ognuna delle sue diverse performance (da quelle di splendido auto-isolamento a quelle subalterne al PD): la rappresentatività, la credibilità, il radicamento sociale popolare di questo schieramento ha toccato il fondo (e nonostante ciò vi è qualcuno che ancora scava…).
Prc + PCdI + Sel (e aree limitrofe) restano complessivamente molto al di sotto del 4%, in una situazione in cui uno schieramento frontista serio, come ve ne sono molti in Europa, comprensivo di comunisti e sinistra di classe e del lavoro, avrebbe avuto uno spazio sociale e politico potenziale enorme: tra il 10 e il 15%.
Questo schieramento di sinistra residuale raccoglie oggi (anche in Toscana, dove pure ottiene  un dignitoso 6%) meno voti di quelli che alle regionali del 2010 ottennero le sole liste comuniste.
Nessun candidato comunista entra nei Consigli regionali.
8. Un analisi differenziata merita l’esperienza ligure, per la rottura avvenuta nel PD. Qui il voto disgiunto vede un ottimo 9,4% a Pastorino, ma solo il 4% alla Lista di sinistra. Dove appare evidente che l’elettorato PD scontento per la candidatura Paita, e sicuramente segnato dall’uscita di Cofferati, Civati e dello stesso Pastorino ha votato quest’ultimo come presidente, ma ha negato il voto politico alla lista unitaria di sinistra con cui egli era collegato.
Un dato di fondo e di prospettiva appare evidente e drammaticamente confermato da queste elezioni: non esiste alcuna possibilità di ricostruire una schieramento progressista, di sinistra di classe e contro la guerra (attento quindi all’interessa nazionale e ad una collocazione internazionale dell’Italia sovrana e autonoma dallo schieramento euro-atlantico) se non si ricostruisce un fronte di riferimento che comprenda la sinistra residuale, la parte più avanzata del M5S e del mondo cattolico, e settori coerentemente laburisti del PD e della CGIL disponibili a rompere senza equivoci col PD renziano, e a passare di campo.
Una schieramento così potrebbe attrarre parte dell’astensionismo e spezzare la persistente egemonia del PD su larghi settori popolari; e spezzare anche l’influenza che su una parte di essi esercita anche la Lega.
Parlo di un fronte del lavoro, della pace e della sovranità nazionale, con solide basi e radicamento proletario e popolare nel paese e nei quartieri poveri delle grandi città: che non ha niente a che vedere con la sommatoria di ceti politici bolliti e piccolo-borghesi di una sinistra residuale e sovente radical-chic che ha perso ormai ogni rappresentatività nei ceti popolari e giovanili in carne ed ossa e con la sofferenza sociale ed esistenziale che li tormenta.

Un fronte all’interno del quale operi un nuovo partito comunista e rivoluzionario, imperniato su una rete di quadri e di militanti dotati di grande serietà, onestà e prestigio, e di grande rigore intellettuale. Portatori di una visione più generale delle problematiche complesse della lotta per una alternativa al capitalismo nella nostra epoca, e con una visione mondiale e di grande prospettiva: perchè una coscienza generale non si forma mai spontaneamente e senza un’avanguardia dotata di una teoria rivoluzionaria all’altezza dei tempi.