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giovedì 28 marzo 2013

FRANCESCO



Considerazioni sul nuovo Papa e il ruolo dei comunisti. intervento di A.M. pubblicato su Marx XXI:
“I Papi hanno lottato qualche volta con i sovrani, mai con la sovranità. (…) i colpi inferti dalla Santa Sede a un piccolo numero di sovrani, quasi tutti odiosi e a volte insopportabili per i crimini commessi, furono in grado di fermarli o di spaventarli, senza alterare nello spirito dei popoli l’idea alta e sublime che dovevano avere dei loro padroni.” “I peccati del governo sono i peccati del popolo”Joseph De Maistre “Il Papa”

Tra gli illustri confratelli gesuiti del Papa Bergoglio, Francesco I, ce n’è uno che per diversi motivi oggi vogliamo ricordare: si chiamava Roberto Bellarmino. Di professione cardinale e Inquisitore del Sant’Uffizio, è noto soprattutto per essere il protagonista del primo processo contro Galileo. Il Redondi nel suo “Galileo eretico” ne offre un’iconografia, mostrandone la controversa natura mediante l’espediente retorico di mettere simbolicamente a confronto due distinti ritratti del personaggio: l’uno, antico, attribuito a Pietro da Cortona, ce lo figura arguto nello sguardo, forte e autorevole nello scientifico intelletto, capace di scavo e indagine psicologica anche sull’osservatore, non privo di fascino, proprio così come lo immaginava Bertholt Brecht nella sua “Vita di Galileo”.
Un uomo di mediazione, che suggerisce al testardo orgoglioso scienziato la via di salvezza nel sano relativismo: dì che la teoria Copernicana non è la verità, ma una mera ipotesi matematica, e sarai salvo tu e la possibilità della scienza di progredire. Già, perché per la Chiesa del Bellarmino la scienza è gradita Ancilla, da lui stesso amata con passione. Peccato che un altro gesuita, il padre Orazio Grassi, si avvide che era nel Saggiatore e non nel Dialogo, nella teoria corpuscolare (atomista) della luce che trovavasi opposizione con il dogma della transustanziazione. Fatto assai più grave. Il Redondi ritiene essere il Grassi l’autore della denuncia anonima e causa del secondo processo, dove anche il Bellarmino si trovava a questo punto disarmato.

L’altro ritratto, moderno, è una copia del primo ma con molte varianti, tra cui l’aureola, e un misticismo lontanissimo dal realismo politico autentico del personaggio, una copia che risale all’epoca novecentesca nella quale, dopo secoli dalla prima causa di beatificazione, il Bellarmino è finalmente proclamato Dottore della Chiesa. Tutto questo dopo le alterne vicende storiche e politiche che vedono la Compagnia di Gesù sciolta con Bolla papale nel Settecento, e successivamente riabilitata nell’Ottocento. Pio XI il 13 maggio 1923 dette al Bellarmino il titolo di beato, più tardi (nel 50° anniversario del suo sacerdozio, quindi in una data specialmente segnalata) lo inscrisse nell’albo dei Santi, insieme coi gesuiti missionari morti nell’America settentrionale; nel settembre 1931 infine lo dichiarò Dottore della Chiesa Universale.

Che tutto questo avvenisse nell’oscura epoca fascista merita una lettura attenta, non ovvia e non banale. Lo intuiremo a breve.

Oggi, noi vogliamo ricordare il Bellarmino per ragioni assai diverse da quelle inerenti i rapporti tra la Chiesa e la ricerca scientifica. Lo ricordiamo per un suo scritto di teologia politica riguardante l’autorità che il Papa può esercitare sul sovrano. Ci riferiamo alla sua innovativa dottrina della potestas indirecta secondo la quale Chiesa e Stato sono due entità diverse e indipendenti, ma il Papa è quell’autorità morale che ha titolo alla scomunica del sovrano se questi si macchia di crimini gravissimi. Un sovrano scomunicato cessa di essere tale, viene prima o poi destituito nonostante il De Maistre ci ricordi che spesso esso somiglia tanto al suo popolo da poter credere di farsi beffe della morale e di qualunque Legge.

Di tali aspetti del pensiero di Bellarmino si occupò anche Antonio Gramsci nel Quaderno 7 e nelle Note sul Machiavelli. Gramsci sottolineava l’importanza della santificazione del cardinale Inquisitore al fine di «assicurare al Vaticano quel potere indiretto sulla Società e sullo Stato che è l’essenziale fine strategico dei gesuiti e fu teorizzato dall’attuale loro santo Roberto Bellarmino».

Bastano queste poche note per cogliere l’immensa attualità della questione, insieme alla citazione del conservatore De Maistre, che abbiamo posto nell’Incipit. La storia agisce similmente al cannocchiale di Galileo, portandoci lontano per farci vedere distintamente ciò che è vicino.

I gesuiti furono sommamente invisi a quel pensiero libertino che teorizzò l’assolutismo illuminato (nessun assolutismo è mai illuminato), e furono in lotta aperta contro tutta la filosofia politica (Hobbes e Locke) che regge a tutt’oggi l’apparato ideologico dello Stato moderno, capitalista ed imperialista.

Essi furono oggetto di persecuzioni e calunnie, al punto da essere sciolti e dispersi. Mai avevamo avuto un pontefice gesuita, per esempio il cardinale Martini, che molti ritengono non fu mai eletto papa proprio perché era un gesuita.

Il pensiero neoassolutista, con la sua negazione della divisione dei poteri, dell’eguaglianza del cittadino di fronte alla Giustizia, che ancora oggi la nostra destra liberista e libertina esprime sui suoi organi di stampa, non ha mancato di mostrarsi sotterraneamente ostile al nuovo pontefice. Di certo ne voleva un altro. Era convinta d’averlo già in pugno.

Ai padroni di quel popolo di destra sono invisi nell’epoca nostra tutti quei prelati che si dimostrano abili nell’arte di “smacchiare il giaguaro” più e meglio di chi avrebbe il compito politico di farlo.

La Chiesa, oggi divisa in fazioni tanto quanto all’epoca degli inquisitori, ha costruito la setta ciellina, il cui esponente cardinale Negri si arrampicò sui vetri non molto tempo orsono nella difesa di Berlusconi e del berlusconismo, quando il suo collega Bagnasco si era finalmente risolto al monito bellarminiano, cioè all’esercizio indiretto della potestà, smacchiando il giaguaro, appunto, con efficacia più incisiva di quanto il De Maistre supponeva.

Se si presta attenzione alle parole del Papa Francesco, gesuita, nel giorno della sua intronizzazione, si vedrà che il pensiero del pontefice non è scevro da quella funzione di monito e di indirizzo morale nei confronti del potere politico, quando fa preciso riferimento al rispetto dell’ambiente, al servizio verso i più deboli e i poveri. Attenderemo le sue encicliche in materia economica e i suoi atti di regnante per giudicare non quanto sia progressista o conservatore, cosa questa che forse applicata ad un pontefice non ha senso alcuno, ma quanto sia bellarminiano e dunque quanto possa indirettamente giovare ad un fine comune al nostro: estirpare il neoassolutismo che caratterizza la politica della nostra contemporaneità.

DIRETTA WEB=DEMOCRAZIA?

                                                                                                                                                                       
di Giannelli Corriere della sera 28/3/13               

  
Nell'incontro istituzionale fra Luigi Bersani, Presidente del Consiglio incaricato e i rappresentanti del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo è stato introdotta una novità: la diretta web. 
E' la prima volta che si è potuto assistere in diretta ad incontro fra parti politiche impegnate a ricercare la soluzione della crisi politica in atto. gli esponenti grillini hanno venduto l'evento come  esempio di trasparenza e di democrazia nuova. Si tratta veramente di questo?  Si rileva immediatamente che si è potuto assistere alla diretta web Bersani-Crimi ma è stato negato di sapere cosa si sono detti nel gruppo parlamentare grillino  convocato prima dell' incontro. Perchè la discussione interna non è stata trasmessa in diretta? La "discussione" interna al movimento è stata plurale o si è deciso solo di serrare i ranghi?
Alla delegazione grillina il mandato era solo quello di comparire in video o quella di trattare seriamente? Chiunque persona che ha trattato, contrattato o istruito un' accordo, commerciale, culturale o politico, sa che spesso gli accordi si raggiungono in altra sede, magari davanti un piatto di buon cibo,(il buon cibo è propedeutico a buoni accordi ) lasciando che il tavolo ufficializzi o migliori l'accordo trovato.  
Se invece i delegati devono solo comparire, il risultato è già prefigurato. La volontà di trovare una soluzione è uguale zero. Sono dei burattini come nella vignetta. 
Questo è il modello che il movimento di Grillo vuole impartire?  Di nuovo non vi nulla, nuovo è il mezzo informatico, non il contenuto. Spacciare per democrazia, nuova,  è un insulto all'intelligenza delle persone.  
Commentatori lucidi si sono accorti che questo modello rappresenta un vulnus per la democrazia, vera. La stessa vignetta che riportiamo ha  questo valore. Ma non basta. Del web bisogna farne un lecito uso senza permettere abusi.  Bisogna praticare la democrazia e permettere la partecipazione attiva di tutti i cittadini. Innazitutto con una legge elettorale che  trasmetta appieno il consenso, i voleri dei cittadini. Una legge elettorale proporzionale senza bonus di maggioranza, naturalmente.  









giovedì 21 marzo 2013

LEZIONE DA CIPRO



Il Parlamento cipriota con il voto determinante dei Comunisti ha respinto la delibera del governo conservatore di decurtazione dei conti correnti bancari dei cittadini. La decurtazione, una vera e propria rapina legalizzata, è stata proposta dall' Unione europea e dal Fondo internazionale per concedere "aiuti" finanziari. La legge proposta imponeva un prelievo forzoso dal 6 al 9 %. Per una economia in profonda crisi è il colpo finale.  Possiamo pensare che si tratta di un proposito propedeutico per gli altri Paesi del sud Europa, Italia compresa. Ricordare il 6x1000 dell'allora governo di  Giulano Amato ci deve far riflettere che questo è possibile, sempre.
Considerando che ancor oggi le cause dell'attuale crisi non sono state rimosse, anzi vengono dimenticate da tutti i governi e enti europei,  dall'isola mediterranea ci arriva una lezione. E' possibile respingere quegli orientamenti. E' possibile un'altra Europa.


Cosa ci insegna la vicenda di Cipro
Il voto al parlamento cipriota, che ha rigettato gli “aiuti” (le virgolette sono d’obbligo) dell’Eurogruppo in cambio di un prelievo forzoso sui conti correnti bancari, ci insegna alcune cose.

La prima è che la lotta popolare e di massa può vincere ogni imposizione burocratica e tecnocratica. Il parlamento cipriota ha infatti bocciato le riforme di austerità che venivano loro imposte, con 36 voti contro e 19 astenuti (tutti del partito del presidente Anastasiades), grazie ad una vastissima manifestazione di massa che ha letteralmente assediato il parlamento, mentre era in corso la discussione. Il cuore di questa protesta sono stati i nostri compagni di Akel ed i giovani di Edon che lanciano così un messaggio forte a tutti i popoli del mondo dicendo loro che è possibile resistere alle politiche neoliberiste e di rigore che vengono loro imposte.
In tutto gli aiuti dovevano essere di 10 mld di euro, quasi quanto l'intero ammontare del Pil di Cipro e, in fondo, non una cifra da capogiro per l'Europa. Eppure, e questa è la seconda considerazione, ancora una volta l’Unione Europea trasforma una crisi di piccole dimensioni in rischio sistemico e, come sempre, la Germania concorre attivamente a questa escalation.
A fine giugno, quando il Presidente della Repubblica era il compagno Demetris Christofias, Cipro scelse di non chiedere prestiti ai soli istituti comunitari ma di rivolgersi anche a Russia e Cina. Un fatto inedito per una paese membro dell’Ue ma che rispondeva ad una precisa necessità politica: la salvaguardia della dignità e della sovranità nazionale. Quando la Bce e gli istituti Ue prestano soldi ai vari Stati, impongono loro politiche di rigore, fiscal compact e rigido controllo dei bilanci che vengono vagliati dalla tecnocrazia europea prima ancora di arrivare nella aule parlamentari. I prestiti dei Paesi emergenti e dei Brics, invece, oltre ad essere più vantaggiosi in termini di interessi e vincoli, non implicano alcuna ingerenza negli affari interni di uno stato. La difesa della sovranità nazionale, terza lezione che possiamo imparare dai compagni ciprioti, è condizione indispensabile per la costruzione di una forte mobilitazione popolare e di massa capace di difendere gli interessi nazionali e della classe operaia.
Infine, proprio le scelte di Cipro guidata dal Presidente compagno Christofias, differentemente da quanto fatto ora dal conservatore Anastasiades, legato alla tecnocrazia di Bruxelles, ci insegnano che il dibattito sull’Europa e sull’Unione non può essere condotto in modo astratto. Pur rimanendo dentro questo impianto (ma lavorando per accumulare le forze ed essere capace di proporre un progetto alternativo per l’Europa), ci sono diversi modi per stare nell’Ue. Quindi, si può essere fortemente integrati nella politica comunitaria, ma al contempo salvaguardarne la sovranità nazionale e rigettare le misure impopolari. Esattamente l’opposto del messaggio che negli ultimi 20 anni si è imposto in Italia dove, “in nome dell’Europa”, si è stati complici si sacrifici sociali ed ingerenze.
Al popolo cipriota che lotta ed ai compagni di Akel, non possiamo quindi che rivolgere il nostro caloroso saluto e ringraziamento, e la nostra piena solidarietà, per queste importanti lezioni di cui, d’ora in avanti, sarà importante fare tesoro.

Dipartimento Esteri Pdci

PdCI.


In seguito pubblichiamo l'intervento di Di Modugno Domenico, membro del Comitato direttivo della Sezione PdCI "Enrico Berlinguer" di Paderno Dugnano, alla riunione del Comitato federale del Partito di Milano svoltasi martedi 19 marzo:


                                               Care/i Compagne/i

il risultato delle elezioni politiche è per Noi comunisti disastroso. Nessuno degli obiettivi  che ci siamo proposti con il 6° congresso sono stati raggiunti. Possiamo affermare che quanto abbiamo condiviso unanimemente sia tutto sbagliato? Abbiamo sbagliato l'analisi? Abbiamo  sbagliato la tattica? Abbiamo scritto una cosa e praticato un'altra? Oppure il risultato è la conseguenza di una nostra inadeguatezza?
In questi giorni ho riletto il documento congressuale è devo subito dire che oggi come allora la contraddizione  che ha caratterizzato il 6° congresso e l' attività, le scelte, successive verte sulla mancata definizione univoca, sistematica, il problema delle alleanze.
Nel testo congressuale approvato si legge nel capitolo “la politica delle alleanze”: i comunisti devono discutere il profilo programmatico della coalizione, uscendo dalla trincea politica del <no> e avanzando le loro priorità programmatiche...... in grado di parlare al Paese e ai ceti popolari.... .
5 punti <<<< riforma della legge elettorale, riduzione del precariato, recupero dell'evasione fiscale, ricerca-scuola-cultura, pubblicizzazione dei beni comuni.>>>>. Su questi punti sperimenteremo la possibilità per i comunisti di dare sostanza programmatica all'alleanza democratica. Non, quindi, necessariamente un accordo programmatico organico. Permangono, infatti, distanze strategiche su punti rilevanti <<articolo  11, Marchionne, UE…........ .  La rilevanza di tali questioni impedisce, dunque, oggi di stipulare anche un patto di governo in caso di vittoria dell'alleanza democratica.
Ricordo che il mio congresso di sezione approvo un ordine del giorno in cui, rilevando la contraddittorietà di questi capoversi proponevamo, sostanzialmente, la cancellazione per evitare le conseguenze che in seguito abbiamo registrato. Purtroppo quel documento non fu ammesso alla  discussione congressuale. Cosa è avvenuto: fin dal congresso di Rimini il principale interlocutore, il Partito della Rifondazione comunista, a cui ci siamo rivolti non ha neppure interloquito.
La distanza maggiore  con il PRC si è registrata proprio sulla questione delle alleanze. Distanza che registriamo tutt'ora e che temo sarà impossibile modificare in futuro. Il PRC, inoltre,  ci ha risposto picche sulla proposta di riunificazione dei due partiti aggettivati comunisti, il PdCI e PRC.
Evito di narrare tutta la Storia successiva al 6° congresso, mi limito a registrare il documento politico approvato  dall' ultimo comitato politico nazionale del PRC ove si può leggere che quel partito propone “la costruzione di una nuova soggettività politica unitaria della sinistra e dei movimenti sociali antiliberisti, ambientalisti, contro la guerra.”. “una sinistra unita e autonoma dal centro-sinistra”.
Il modello di riferimento sono le coalizioni che si esprimono in vari paesi europei come la Francia o in Grecia.
Il nostro comitato centrale invece non ha sortito alcun documento politico ufficiale  ma solo una nota in cui oltre  alle dimissioni di Segretario e Segreteria nazionale si giudica “disastroso il risultato di Rivoluzione civile”. Disastroso è il giudizio unanime  su Rivoluzione civile. Ed è anche il mio giudizio. Mi sono chiesto il perchè di questa  nota. Avrei preferito un documento, anche approvato o respinto a maggioranza. Nell'era di internet tale atteggiamento prefigura una incapacità politica  e comunicativa oppure il voler   innescare una polemica in cui non si sa dove si andrà a finire. La stessa condizione che ha caratterizzato i mesi precedenti le elezioni politiche.
Quello che si è evidenziato da quanto è emerso dai lavori del comitato centrale che  la contraddizione sulla politica delle alleanze si allarga producendo nuovi contrasti e riposizionamenti ma anche la produzione di dichiarazioni ingiuriose.
Questo stato di cose si doveva evitare. Oggi ancor di più se si vuole ricominciare.
Oggi la chiarezza dei propositi degli iscritti è la condizione necessaria per poter ricominciare. Per tal proposito io insisto sulla necessità di collocarci nell'ambito del centrosinistra. Ritengo  sbagliata l'analisi e le proposte di coloro anche al nostro interno  che lavorano per una nuovo soggetto di sinistra aggettivata variamente ma  senza l'aggettivo comunista. Io sono disponibile ha lavorare per costruire un nuovo soggetto che organizza i comunisti e coloro che vogliono continuare a essere  tali. Non condivido e comunque superata  l'affermazione congressuale su < unificazione del PdCI e di PRC>  penso ad un processo di unificazione dei comunisti  ovunque collocati.   Questo implica il lavorare per costruire il nuovo partito comunista partendo da noi. Significa conseguentemente che ai lavoratori e ai cittadini ci presentiamo con i nostri simboli e non nascosti in novità elettoralistiche dell'ultima ora.

DI MODUGNO DOMENICO

domenica 17 marzo 2013

PAPA FRANCESCO


Con piacere pubblichiamo un' interessante articolo di Raniero la Valle, intellettuale cattolico già parlamentare della Sinistra indipendente, di riflessioni e analisi delle  questioni della Chiesa cattolica e del nostro tempo. 
Condividendo l'articolo di Raniero la Valle, ci riserviamo un giudizio più articolato nel proseguo dell'attività papale. Valutando in primis, positivamente, l'elezione di un Papa extraeuropeo, non italiano.

UN VESCOVO DELL’ALTRO MONDO?

E che cos’altro deve essere un papa se non un confessore della fede? Questo ha detto Francesco nella sua prima omelia ai cardinali nella cappella Sistina: di essere tutti lì, vescovi, preti, cardinali, papa, per nient’altro che per professare la fede in Cristo, e questo crocefisso. Ed ecco allora che si scompaginano tutte le previsioni e le speculazioni della vigilia, su ciò che avrebbe scelto il Conclave, se un papa dell’una o dell’altra fazione della Curia, se un papa diplomatico o politico, uno che avrebbe riportato la disciplina nel clero o che avrebbe risolto il problema dello IOR. Ecco che arriva un papa che di fronte a una Chiesa tormentata ed in crisi, e dopo tante riforme sognate e fallite dice: ricominciamo dalla fede. 
Ed allora si capisce perché si è presentato al balcone non come il nuovo Sommo Pontefice dato al mondo, ma come il nuovo Vescovo dato alla comunità diocesana di Roma, si capisce perché ha indicato, come suo primo collaboratore, il cardinale vicario di Roma e non il segretario di Stato; si capisce perché al papa che lo aveva preceduto si è rivolto come al “vescovo emerito” di Roma, e si capisce perché prima di benedire il suo popolo, ha chiesto al suo popolo di benedirlo, e si è inchinato davanti a lui: un gesto che poteva pure essere mostrato per televisione in tutto il mondo, ma che raggiungeva la sua verità solo in quel silenzio, in quel guardarsi, in quel rapporto fisico immediato, in quella piazza, in quella città, del vescovo con i fedeli della sua Chiesa. Perché se il problema è la fede, ebbene la fede ha bisogno di un rapporto tra le persone, reale e non virtuale, ha bisogno di gesti condivisi e comuni, non si può trasmettere per procura, o riempiendo piazze straniere e fuggendo subito dopo, o scrivendo libri ed encicliche. Certo, anche Paolo scriveva le lettere. Ma poi andava a visitare e a confermare le Chiese, e per tornare a Gerusalemme ci ha messo quattordici anni. Per questo il papa non è un vescovo titolare dell’universo mondo, ma è il vescovo di Roma, ed è mediante tale Chiesa che presiede nella carità alle altre Chiese. 
Sicché già nei primi gesti del nuovo papa si sono delineate delle importanti novità istituzionali. 
Anzitutto con la scelta del nome. Se Angelo Roncalli, quasi a volersi nascondere tra un gran numero di testimoni, aveva scelto un nome che era stato assunto da una lunga serie di papi così da essere il ventitreesimo di loro, Jorge Mario Bergoglio ha preso un nome che è unico in tutta la storia della Chiesa. Nessun papa aveva osato chiamarsi Francesco. Non solo perché sarebbe stata imbarazzante l’opulenza pontificia in paragone alla povertà di cui quel nome è segno, ma perché fin da quando si erano trovati di fronte Innocenzo III e Francesco di Assisi, Francesco e il papa sono stati vissuti nella Chiesa come due archetipi, come due figure diverse dell’essere cristiano, come un’antitesi tra istituzione e profezia, tra l’umile Canto delle Creature e la pretesa della sottomissione al Romano Pontefice di ogni umana creatura. 
Un papa pertanto non può chiamarsi Francesco se si limita a gesti di sobrietà e povertà, e non basta che abbandoni la mozzetta rossa e il rosso delle scarpe che alludono alla porpora della clamide e delle altre insegne imperiali trasmesse al pontefice da Costantino; non basta questo e nemmeno che vada in autobus o si cucini da sé (questo tutti noi lo facciamo), se non fa sua la povertà di Francesco come realtà teologale, come testimonianza di un vangelo “sine glossa” che parla di un Dio che da ricco si è fatto povero, di un onnipotente che ha preso la figura del servo, di chi era nella forma di Dio e si è svuotato fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò questo nome è in realtà un programma di riforma della Chiesa.
E’ da cinquant’anni del resto, che la Chiesa ci prova, ad “aggiornarsi”, dall’inizio del Concilio Vaticano II. Dapprima il cambiamento fu avviato da un papa, poi fu continuato dal Concilio, adesso di nuovo potrebbe essere promosso da un papa. Ma lo scrigno del cambiamento è lì, nel Concilio che c’è già stato ed è stato messo in quarantena, e se ora la quarantena finisse, non ci sarebbe bisogno di aspettarne un altro. 
Una novità istituzionale è anche che sia diventato papa un gesuita. Neanche questo era mai successo. E anche qui sono stati smentiti i rumori della vigilia. Ci si chiedeva se sarebbe stato un papa dei movimenti o della Curia, di Comunione e Liberazione o di Sant’Egidio. Ed ecco un papa che non rinvia a una Chiesa di movimenti, ma a una Chiesa di comunità cristiane comuni, non identitarie, e alla Chiesa dei grandi Ordini religiosi. Ed un significato specifico ha proprio il fatto che si tratti di un gesuita dell’America Latina, che sia diventato papa bianco un religioso della congregazione del “papa nero”. Tra i gesuiti e la Santa Sede, e in particolare Giovanni Paolo II, si è consumato infatti un dramma nella Chiesa postconciliare, con epicentro proprio in America Latina. I gesuiti, che sono stati tra i primi evangelizzatori di quel continente, fecero propria la scelta preferenziale dei poveri proclamata dai vescovi a Medellin, e poi si impegnarono nella teologia della liberazione, che Roma accusava di marxismo. Tra il 1973 e il 2006 48 gesuiti subirono per la loro missione una morte violenta: tra questi Padre Ellecuria e i gesuiti dell’Università del Salvador, Rutilio Grande, preannuncio dell’uccisione di mons. Romero. Ma tra Padre Arrupe, il generale, e Giovanni Paolo II ci fu una vera rottura, tragica per un gesuita stretto da un duplice voto di obbedienza, a Dio e al papa. Quando Arrupe fu eletto segretario della Confederazione mondiale degli ordini religiosi, il papa si rifiutò di riceverlo. Con questo dolore Padre Arrupe si ammalò e morì. 
In questo aspro travaglio, le notizie che si hanno della parte che vi ebbe Bergoglio, non ancora vescovo, sono che egli non si schierò, ma preferì, come suo modo di vivere il dramma, ritirarsi nell’ascesi e nella preghiera. Certo, se è noto come “conservatore”, è anche perché fu contrario alla teologia della liberazione; ed è questa la ragione per cui oggi, tra gli esponenti di quel movimento, c’è una discussione sul come prendere la sua elezione al papato. 
La biografia del papa è diventata così oggetto dell’attenzione dei media, anche perché è una biografia argentina, dipanatasi in un Paese che per anni è stato violentato dalla dittatura militare in nome della “sicurezza nazionale”; in quella “piazza di maggio” su cui si apre la cattedrale si è ogni settimana gridato il dolore delle madri e delle nonne di cui erano stati fatti sparire figli e nipoti, e non sempre gli uomini di Chiesa fecero le scelte giuste. Lui forse le fece, se da quel profondo Sud del mondo è giunto fin qui accompagnato da uno straordinario amore della sua gente, ed ora i suoi gesti sono capaci di scatenare un così grande consenso popolare. Però non è indagando la sua biografia che sapremo come farà il papa. E non perché la biografia di una persona non contenga già quello che sarà il suo futuro, ma perché la biografia di un papa si comprende solo a partire dal modo in cui sarà stato papa. Così fu per papa Giovanni, tanto sconosciuto che sentì il bisogno di presentarsi lui stesso; nessuno avrebbe indovinato dalla sua lunga storia ecclesiastica che papa sarebbe stato, e forse proprio per questo fu eletto; addirittura si parlò di un “mistero Roncalli”, per dire che non si sapeva da dove era uscito. Poi si capì che papa Giovanni era uscito dal nucleo più profondo della fede, prima di ogni sua differenziazione dottrinale e linguistica, era uscito dalla quotidiana scrittura del suo “giornale dell’anima” e da un aggiornamento indefesso della sua pietà tridentina; era uscito dalla saggezza del suo mestiere di storico, che gli aveva appreso la relatività delle cose della storia e della stessa storia ecclesiastica, e dall’esperienza di aver visto in Turchia come di Chiese venerabili, che erano state madri di tutte le Chiese, non fosse rimasta pietra su pietra. Così è stato anche per papa Benedetto di cui alla fine, grazie al suo gesto di rinunzia, si è capito molto di più dell’umiltà e della libertà di cui era fatta la sua vita. 
Per la Compagnia di Gesù, che non fu capita a Roma, che non potè vedere Martini papa, l’elezione del gesuita latino-americano è in un certo senso una riparazione e una festa. E’ una contraddizione che viene composta, una ferita che si risana, una fiducia che si ristabilisce e che, come ha detto papa Francesco, è il dono che ci dobbiamo fare l’un l’altro.
Sicchè in molteplici direzioni questo pontificato sembra proporsi nel segno di ricomposizioni, di riconciliazioni, di nuove circolarità e nuovi legami nella Chiesa. A cominciare dalla nuova circolarità che Francesco vuole stabilire tra papa, vescovi e popolo; nella speranza che quella tra papa e vescovi giunga fino a forme effettive di collegialità, così sollecitate dal Concilio e così disattese dopo di esso; e nella speranza che la circolarità tra vescovi, clero e popolo si stabilisca sul modello prefigurato da Francesco nel suo primo incontro col popolo romano; non tanto come rapporti tra padri e figli, tra maestri e discepoli, tra membri di Chiesa disposti in scala gerarchica, ma come rapporti tra fratelli e sorelle, tra titolari di diversi ministeri e carismi dotati della stessa dignità e tra discepoli che sono alla scuola di uno stesso e unico maestro e reciprocamente si educano all’ascolto della Parola. Un tipo di rapporto che proprio a Roma era stato inaugurato da un altro grande papa, Gregorio Magno, la cui festa ricorreva proprio nel giorno, 12 marzo, in cui è iniziato il Conclave. Gregorio infatti aveva stabilito questa circolarità, nell’ascolto e nel reciproco aiuto a comprendere e a interpretare la Parola perché, come aveva detto ai fedeli che ascoltavano e interloquivano nelle sue omelie (cosa che oggi sarebbe strettamente proibita dalla Congregazione per il culto divino) anche voi siete “organi della verità”. “So infatti che per lo più molte cose nella Sacra Scrittura che da solo non sono riuscito a capire, le ho capite mettendomi di fronte ai miei fratelli”. E la circolarità consisteva in questo, che “il senso cresce e l’orgoglio diminuisce, quando per voi imparo ciò che in mezzo a voi insegno, e con voi ascolto quello che dico”.
Se sarà questo papa Francesco, davvero non sarà solo un vescovo venuto a Roma dal fondo del mondo, ma sarà un vescovo dell’altro mondo, altro nel senso in cui si dice che un altro mondo è possibile, una Chiesa altra è possibile.
Raniero La Valle

domenica 10 marzo 2013

DILIBERTO





Il Segretario e la segreteria nazionale del PdCI hanno rassegnato le loro dimissioni e hanno deciso la convocazione del Comitato Centrale per il 9 e 10 marzo 2013, dal quale si avvierà una fase di riflessione strategica per il futuro e per il rilancio del Partito.

Pubblichiamo la lettera di dimissioni del Segretario nazionale Oliviero Diliberto agli iscritti del PdCI


Carissime compagne e carissimi compagni,
come sapete, dopo l’esito terribile delle ultime elezioni politiche, io e tutta la segretaria nazionale del Pdci ci siamo dimessi dalle rispettive cariche.

Non poteva essere diversamente: e chiedo scusa a tutte e tutti voi per non essere riuscito nell’obbiettivo che nei cinque anni passati ha assorbito tutte le mie energie (e quelle del partito tutto): riportare i comunisti in Parlamento.

Me ne assumo completamente la responsabilità. Non accampo scuse, né attribuisco ad altri la colpa. Ho la coscienza tranquilla perché ho dedicato a questa impresa quanto sapevo fare, senza mai risparmiarmi e senza nulla chiedere, ma provando a restituire al Partito almeno un po’ di quel tantissimo che il Pdci aveva dato a me nei decenni. L’ho fatto con abnegazione, ma evidentemente non con altrettanto successo. Ancora una volta, vi chiedo scusa.

Ci ho, e ci abbiamo, provato con ogni mezzo, piegando la tattica del Pdci, di volta in volta, spesso anche con improvvisi cambi di rotta, alle esigenze della fase e alle strettoie della legge elettorale. Ma, ripeto, non ci siamo riusciti: evidentemente, non sono stato adeguato al compito, oggettivamente difficilissimo. Altri ci proverà al posto mio (e del gruppo dirigente che ha guidato sino ad oggi il Partito). Avremo a breve – se il Comitato centrale della prossima settimana lo approverà – un congresso nazionale nel quale adeguare gruppo dirigente e linea politica alla fase complicatissima che si è aperta, alle nuove forme della politica in Italia, alle sfide dell’innovazione dei linguaggi, della comunicazione e dell’organizzazione politica.

Ne discuteremo tutti insieme, tutti su un piano di parità, da militanti appassionati del Pdci: perché nulla può essere più come prima.

Ma una sola cosa mi sento di dirvi, in un momento di grandissima amarezza anche personale, ma di altrettanta convinta adesione alla nostra idea ed alle nostre ragioni: tenete duro. Difendiamo il Partito e rilanciamolo, ad iniziare dai territori e dai nostri insediamenti. Lanciamo la campagna di tesseramento, ascoltiamo i compagni, le loro critiche sacrosante e le loro proposte, parliamo con loro, stiamo loro vicini.

E’ il momento nel quale si vedranno quanti, ad iniziare da me, in veste profondamente diversa che nel passato, da semplice comunista, hanno ancora voglia di provare a resistere e rilanciare un partito comunista in Italia, secondo la migliore tradizione del comunismo italiano, senza sbandamenti identitari, settari o estremisti, ma al contempo senza alcuna idea liquidatoria.

Difendiamo, dunque, senza esitazione alcuna, il Pdci, anche e soprattutto per rinnovarlo e migliorarlo. Da una sconfitta così catastrofica, che fa seguito ad altre, purtroppo, si deve poter uscire a testa alta. Da comunisti, insomma.

Io sarò con voi, se lo vorrete, da semplice militante, perché non intendo buttare alle ortiche una storia intera, quella percorsa insieme a voi dentro a questo nostro Partito.

Un abbraccio fraterno a tutte e tutti.

Oliviero Diliberto

ELEZIONI POLITICHE

ELEZIONI POLITICHE 2013 (Camera dei Deputati)

VOTANTI                  35.271.541  75,19%            

PARTITO DEMOCRATICO 
                 voti   8.644.523    25,42%       seggi   292
SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA' 
                  "     1.089.409      3,20%          "      37
POPOLO DELLA LIBERTA'
                   "     7.332.972     21,56%          "      97
LEGA NORD
                   "     1.390.014      4,08%           "     18
MOVIMENTO 5 STELLE 
                  "     8.689.458     25,55%          "     108
RIVOLUZIONE CIVILE
                  "       765.188       2,25%           "       0


ELEZIONI POLITICHE 2008 (Camera dei Deputati)

VOTANTI                 36.457.254  

PARTITO DEMOCRATICO 
                voti  12.095.306   33,17%       seggi  211
ITALIA DEI VALORI
                   "      1.594.024     4,37%         "       28
SINISTRA ARCOBALENO  
                   "      1.124.298     3,08%         "        0 
POPOLO DELLA LIBERTA' 
                  "     13.629.464   37,38%        "      272
LEGA NORD     
                  "       3.024.543     8,29%        "        60

DIFFERENZE 2013/2008

PARTITO DEMOCRATICO  
                 voti  - 3.450.783  -  7,75%        seggi  +  81
SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA'
                voti   +1.089.409  + 3,20%        seggi     + 37
POPOLO DELLA LIBERTA'        
                voti    - 6.296.492  - 15,82%      seggi    - 175
LEGA NORD                        
               voti    -1.634.529  -   4,21%        seggi    -  42  
MOVIMENTO 5 STELLE
               voti    +8.689.458  +25,55%            seggi +108
Rivoluzione civile, Italia dei Valori, Arcobaleno
               voti   - 1.953.134    -5,20%         seggi       - 28


Basterebbe leggere questi dati per definire le ultime elezioni politiche un disastro per tutti i Partiti tranne per il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Disastro da parametrare proporzionalmente alla grandezza di ogni formazione politica. E' sbagliato affermare che la responsabilità è di taluni e non di tal altri. Addossare le responsabilità del disastro alle formazioni minori significa far finta di niente e dimenticare il contesto in cui siamo. 
I Partiti, le forze sociali e supporter della carta stampata e delle tv che hanno sostenuto il governo di Mario Monti hanno subito una sonora sconfitta. Sono risultate indigeste al popolo italiano le politiche di risanamento economico e le ricette che si vogliono impartire da entrambe le coalizioni governiste. Ancor meno il programma proposto da Rivoluzione civile con Antonio Ingroia.
La vittoria straripante del Movimento 5stelle risponde, in parte, ai bisogni e alle volontà degli elettori,  assorbendo consensi da sinistra e da destra indistintamente. Le elezioni hanno un unico denominatore: l'aumento costante dell'astensionismo. milioni di italiani non si riconoscono in nessuna formazione o movimento. Dell'astensionismo ci si dimentica facilmente perchè metterebbe in dubbio l'efficacia dei sistemi elettorali vigenti.


venerdì 8 marzo 2013

8 MARZO





8 marzo giornata di lotta delle donne per un'altra societa'. La società degli uguali.