video PARTITO COMUNISTA D'ITALIA ,comunisti italiani

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venerdì 30 agosto 2013

NO ALLA GUERRA IN SIRIA


Sabato 31 agosto ore 16,30 manifestazione di protesta davanti al consolato U.S.A. di Milano, largo Donegani  contro la guerra in Siria, voluta dalle potenze neocoloniali occidentali.
I comunisti italiani, in prima fila, saranno presenti con le loro bandiere e i propri simboli. 
Senza alcuna vera prova, anzi si pensa che siano stati i cosidetti "ribelli", circa l'uso di gas nervino sulla popolazione civile, le potenze neocoloniali sono per bombardare  un Paese indipendente e sovrano come la Siria.
Se pensiamo che forze predominanti fra i cosidetti "ribelli" siriani sono alleati  ai terroristi di Al Quaeda , la guerra voluta dagli americani e dagli inglesi potrebbe determinare la condizione di insediare in Siria un governo governato da tali forze. La guerra potrebbe provocare ulteriori complicazioni e lutti dato le condizioni politiche,geografiche e religiose in tutto il Medio-Oriente.    
Invitiamo per ciò , tutte le forze politiche democratiche e antifasciste  a respingere i propositi bellicisti di U.S.A. e Gran Bretagna.   Scendere in piazza per manifestare la nostra contrarietà alla guerra ed esprimere la nostra preoccupazione per il possibili luttuosi sviluppi.
Domani tutti davanti al consolato americano di Milano!!





martedì 27 agosto 2013

NO alla GUERRA IN SIRIA!


Procaccini, segr. nazionale Pdci: No alla guerra in Siria!
“Ancora una volta i venti di guerra soffiano forti, ancora una volta la macchina delle menzogne e degli inganni si è messa in azione (questa volta con l’accusa di fantomatiche armi chimiche). Come nei Balcani, in Iraq e in Libia ieri, oggi sotto attacco è la Siria, colpevole di non volersi piegare ai voleri delle potenze imperialiste”.


Lo afferma il segretario nazionale del Pdci, Cesare Procaccini.
“Un attacco militare alla sovranità della Siria – continua il leader dei Comunisti Italiani - sembra imminente e il Governo italiano non fa nulla per sottrarsi a questo ennesimo atto di guerra, in spregio ai dettami della nostra Costituzione. I Comunisti italiani – conclude il segretario del Pdci - sono mobilitati fermamente contro la guerra e si opporranno a qualsivoglia atto di aggressione verso Damasco. Il Pdci chiede al governo di rispettare l’articolo 11 della Costituzione, che afferma che l’Italia ripudia la guerra!”

mercoledì 21 agosto 2013

il DECRETO del FARE (disastri)

Il decreto del "fare" (disastri) è legge.
Il governo, di Enrico  Letta e del  condannato Silvio Berlusconi, ha approvato un decreto che in nome dell' idolatria liberista  permette di fare, ai padroni, di fare ciò che vogliono. Anche per queste ragioni chiediamo che si ponga fine, al più presto,  ad un governo non voluto, non votato, dagli italiani.

Nelle pieghe del decreto “Fare”
Nel silenzio omertoso passa la deregulation urbanistica totale

Regioni e province autonome potranno approvare con proprie leggi e regolamenti disposizioni derogatorie al D.M. n. 1444/68, dettando “disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attivitá collettive, al verde e ai parcheggi, nell'ambito della definizione o revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario o di specifiche aree territoriali.”
Edifici
Photo by Internet
«L'ennesimo e forse definitivo tentativo di sopprimere le conquiste ottenute alla fine degli anni '60 in tema di spazi pubblici minimi e distanze tra gli edifici dopo i guasti della stagione liberista degli anni '50 conclusa con il massacro di molte delle nostre città da parte della speculazione edilizia».

Molte, e a ragione, sono state le preoccupate osservazioni manifestatesi circa le norme del c.d. "Decreto Fare" che introducono nuove deregolazioni nelle ristrutturazioni degli edifici esistenti anche in zone di pregio storico-artistico, consentendo alterazioni alla loro sagoma, in precedenza vietate.

Ė invece passato quasi inosservato un emendamento introdotto dal Senato al testo governativo che consente a Regioni e province autonome di approvare con proprie leggi e regolamenti disposizioni derogatorie al D.M. n. 1444/68, dettando "disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attivitá collettive, al verde e ai parcheggi, nell'ambito della definizione o revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario o di specifiche aree territoriali."

Nonostante la forma circonvoluta e imprecisa, ė tuttavia molto chiaro l'obiettivo perseguito: si tratta dell'ennesimo e forse definitivo tentativo di sopprimere le conquiste ottenute alla fine degli anni Sessanta in tema di spazi pubblici minimi e distanze tra gli edifici (18 mq/abitante, distanza pari all'altezza degli edifici, con un minimo di 10 metri tra pareti finestrate), dopo i guasti della stagione liberista degli anni Cinquanta conclusasi con il massacro di molte delle nostre città da parte della speculazione edilizia e infine con il tragico episodio della frana di Agrigento.

Con la pretesa delle incombenti difficoltà economiche del settore edilizio, vedremo così vanificarsi non solo la stagione che tra il 1975 e il 1990 aveva visto molte Regioni rafforzare quelle conquiste, con la prescrizione di dotazioni pubbliche superiori a quelle minime nazionali, attestate attorno a 24-28 mq/abitante in sintonia con le tendenze europee, ma verrà meno anche il plafond minimo garantito dalle norme nazionali, che nemmeno regioni così selvaggiamente deregolatrici come la Lombardia erano sinora riuscite a sfondare completamente.

Non sorprende che a condurre questo attacco sia stato l'attuale ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi che come assessore al Comune di Milano prima e parlamentare FI e PdL poi - spesso in combutta con il parlamentare milanese Pierluigi Mantini della Margherita, in una sorta di premonizione delle larghe intese - nelle scorse legislature aveva portato avanti proposte di impronta filo-liberista che equiparavano interessi pubblici e privati, fortunatamente mai giunte a definitiva approvazione.

Grave é che Lupi sia riuscito oggi ad ottenere nuovamente l'assenso del centro-sinistra a questa sua furia demolitrice delle conquiste urbanistiche degli anni Sessanta-Settanta, nonostante le perplessitá diffuse nell'aula del Senato, accampando pubblicamente un'intesa raggiunta con il deputato Morassutt.

Si tratta, infatti, non di modifiche puntuali di questa o quella singola norma specifica a scopo di semplificazione attuativa, ma di una vero e proprio cambiamento di sistema della materia urbanistica, paragonabile alle riforme istituzionali, alla cui definizione non appare titolata una maggioranza di emergenza quale quella che attualmente sostiene il governo Letta, e che richiederebbe comunque un dibattito approfondito non solo nelle commissioni parlamentari (dove peraltro non c'é stato), ma tra le forze sociali ed intellettuali dell'intero Paese.

Sergio Brenna
Milano, 17 agosto 2013

mercoledì 14 agosto 2013

NAPOLITANO GIORGIO

In nome della stabilità del governo, ancora una volta il Paese, questa volta attraverso la sua massima istituzione, il Quirinale, risponde alla anomalia portata in politica due decenni fa dal conflitto di interessi di Silvio Berlusconi, con una ennesima anomalia - accordando allo stesso Silvio Berlusconi, condannato per frode, una benevolente attenzione.

Ricapitoliamo, giusto per essere certi di essere chiari in merito a una vicenda destinata a pesare sul futuro delle nostre istituzioni.

Il capo del Pdl e più volte Premier, politico dunque di primissimo piano, condannato dalla Cassazione risponde a questa condanna con una gazzarra di piazza di giorni e giorni, premendo sul Presidente della Repubblica per essere "salvato" dalla sentenza, in nome della rilevanza del suo status di leader. Pretesa che dovrebbe essere seccamente respinta in quanto prova in sé della distorsione introdotta in politica da questo stesso leader - prova cioè dell'idea che esistono uomini al di sopra della giustizia, nonché delle comuni regole.

La pretesa tuttavia non solo non è respinta ma è premiata: in pieno agosto, periodo in cui la attività politica nel nostro paese è morta, il Presidente della Repubblica in persona risponde. Vedremo cosa dice la risposta fra un attimo. Ma un punto di vittoria per Silvio Berlusconi è già in questo atto del Quirinale: quale cittadino infatti avrebbe avuto prova di attenzione così veloce e così diretta da un Presidente se non perché considerato un caso "speciale"?

Quanto speciale sia questo caso, Napolitano lo sottolinea in molti passaggi della sua nota, addirittura spingendosi a esprimere comprensione per lo stato d'animo che agita il Pdl di fronte alla condanna: "In questo momento è legittimo che si manifestino riserve e dissensi rispetto alle conclusioni cui è giunta la Corte di Cassazione nella scia delle valutazioni già prevalse nei due precedenti gradi di giudizio; ed è comprensibile che emergano - soprattutto nell'area del Pdl - turbamento e preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di personalità che ha guidato il governo ( fatto peraltro già accaduto in un non lontano passato) e che è per di più rimasto leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza."

Ma una condanna non è il riconoscimento di una colpa, verrebbe da dire? Perché allora è "comprensibile" il turbamento? Perché, viceversa, non chiedere ai membri di quel partito di riconoscere, in accordo con la Cassazione, la colpevolezza del proprio leader? La "comprensione" del turbamento non è forse, dunque, un modo per introdurre il dubbio sulla giustezza della condanna? Le domande suscitate dal testo di Napolitano sono molte. E non sono casuali.

La prima cosa da dire sulle parole del Quirinale è infatti proprio questa: il fatto che il Presidente si sia sentito in obbligo di intervenire (a prescindere dalle motivazioni) è in sé uno straordinario riconoscimento del ruolo politico che Silvio ha in questo paese. Il maggior probabilmente finora avuto dal Cavaliere.

C'è poi il merito della nota. Come tutte queste scritture, è stilata in modo da poter essere tirata da una parte e dall'altra, da poter essere letta in molti modi, da poter insomma accontentare quasi tutti.

La frase più importante all'inizio è un granitico "qualsiasi sentenza è definitiva". Affermazione che onora la magistratura , accontenta gli oppositori di Silvio, ed è però scontata: poteva il Presidente della Repubblica, che è dopotutto il capo della magistratura, dire qualcosa di diverso?

Ma nonostante la limpida affermazione, il Quirinale apre una porta a una modifica. Ricorda infatti di non aver ricevuto domanda di grazia, aggiungendo: "Ad ogni domanda in tal senso, tocca al Presidente della Repubblica far corrispondere un esame obbiettivo e rigoroso --- sulla base dell'istruttoria condotta dal Ministro della Giustizia --- per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull'esecuzione della pena principale.". Nessuna meraviglia che il Pdl abbia considerato questo passaggio una sorta di promessa.

È vero che la porta aperta da Napolitano non è proprio tale da soddisfare Silvio Berlusconi. Il Presidente cosiì definisce l'ambito in cui si muove: "verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull'esecuzione della pena principale."

Un eventuale atto di clemenza riguarderebbe la pena principale, dunque la condanna al carcere, o ai domiciliari. Napolitano esclude invece qualunque intervento sulla parte più delicata per il capo politico del Pdl, cioè la interdizione dai pubblici uffici. Sul tema tuttavia la battaglia si è appena aperta, e il Pdl se la giocheraà fino in fondo. In quali modi si vedrà. Non potrà però contare sul Quirinale.

A che punto ci lascia tutto questo?

Lo status "particolare" che Silvio Berlusconi si è costruito nella politica del paese, facendo valere nelle nostre istituzioni tutto il peso di un conflitto di interessi mai visto prima in tali proporzioni, è stato ancora una volta riconosciuto. Ancora una volta per lui c'è un trattamento che per altri non è previsto.

Napolitano non appare contento di questo strappo. Ripete di averlo fatto in nome del bene del paese, per non far cadere un governo la cui tenuta è, secondo il Presidente, l'unica assicurazione per una ripresa economica.

Ma la verità e' che questo stesso discorso, troppo spesso ripetuto, non è del tutto convincente.

I cicli economici hanno sempre avuto molto poco a che fare con la stabilità dei governi, o, se è per questo, con la loro capacità, o correttezza o corruzione. L'Italia è la prova di tale tendenza: siamo stati al massimo del nostro sviluppo economico quando si cambiava governo ogni sei mesi. E siamo andati a picco anche quando guidati da illuminati e morigerati Premier.

Scommettiamo invece che una "soluzione alle vongole" per la condanna di un leader politico è molto più dannosa per la reputazione del nostro paese della microstabilità di un fragile governo.

Quanto sopra pubblicato è la nota del Direttore dell'Huffingtonpost.it Lucia Annunziata del 13 agosto 2013. Noi ci limitiamo a far notare che tali considerazioni non sono patrimonio del gruppo dirigente del Partito Democratico.