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giovedì 28 maggio 2015

BASTA EURO. NO NATO

Fausto Sorini: Rompere le catene dell’euro, dell’Unione europea e della Nato
eurotitanic

In questo scorcio di maggio stanno venendo al pettine i nodi irrisolti dell’eurozona e dell’Unione Europea. Ed è questo anche il segnale che, sia pure in modi diversi e diversamente orientati, si è manifestato nel voto e/o nel posizionamento di diversi popoli del continente, come quello spagnolo, polacco, greco, britannico.
Auguriamoci che questo sia anche il segnale che verrà dal voto italiano di domenica prossima, in primo luogo con l’affermazione dei candidati più conseguenti con tale orientamento presenti nelle liste progressiste, comuniste e di sinistra sostenute dal nostro partito.
Prima fra tutti, sta venendo al pettine il nodo greco.
La Grecia, che Mario Monti considerava “il più grande successo dell’euro”, evidenzia una realtà che ormai solo chi sia in malafede o completamente disinformato può negare: la gabbia dell’eurozona ha fortemente indebolito la sua economia, provocando un drastico peggioramento della bilancia commerciale e un aumento del debito (privato e pubblico); le politiche di austerity imposte in cambio di ulteriori prestiti – che in realtà sono serviti a mettere in sicurezza, trasformandoli in crediti degli Stati dell’eurozona e del Fmi, i crediti delle banche tedesche e francesi – hanno peggiorato ulteriormente la situazione, con il risultato di far perdere alla Grecia il 26%  del prodotto interno lordo, milioni di posti di lavoro e parte significativa della capacità industriale. E il debito è più alto di prima, e – come e più di prima – non ripagabile.
Rispetto a questa atroce evidenza l’establishment euro-atlantico non intende arretrare, e cerca di imporre alla Grecia un ulteriore ridimensionamento dei diritti di lavoratori e pensionati: anche se fino ad ora non è riuscito a piegare e umiliare il governo greco, sostenuto tuttora dalla gran parte dei cittadini di quel paese. Esso è attraversato da un aspro dibattito che ci auguriamo possa concludersi senza capitolazioni ai ricatti dell’Ue e della Nato: perché questo aprirebbe la strada ad una drammatica disillusione per tutti i popoli europei e, innanzitutto in Grecia, ad una pericolosa controffensiva reazionaria e fascistoide che è già in gestazione.
Questa è la situazione. Che ormai rende concretamente possibile l’uscita della Grecia dall’eurozona. Rispetto a questa eventualità l’establishment euro-atlantico (e in particolare quello tedesco, che in tutta evidenza dirige il processo) è diviso: una parte è preoccupata  per le conseguenze “imprevedibili” di tale eventualità (ma non è disponibile a cancellare nemmeno parzialmente l’insostenibile debito della Grecia), un’altra parte sembra accarezzare l’idea di una “punizione esemplare” alla Grecia, per mettere in riga gli altri paesi europei in difficoltà (primo tra tutti l’Italia) mostrando loro le presunte terribili conseguenze di un’uscita dall’eurozona. Il 25 maggio Paul Krugman ha messo in guardia costoro facendo presente che si tratta di un gioco pericoloso: per il semplice motivo che una Grecia uscita dall’eurozona potrebbe dimostrare ai suoi aguzzini esattamente il contrario di quanto essi sperano. Ossia che “c’è vita oltre l’euro”, e oltre i confini dell’Unione europea e della Nato. E che un altro mondo è possibile, nella cooperazione coi BRICS e con una vasta area di Paesi non allineati. E più precisamente che, venuta meno la gabbia valutaria e ripristinati rapporti di cambio di mercato, l’economia greca potrebbe riprendersi senza dover ricorrere ai tagli drastici a salari e stipendi che sono stati operati in questi anni (che affossano la domanda interna e quindi risultano controproducenti).
Tra coloro i quali sono preoccupati per la piega che stanno prendendo gli avvenimenti ci sono gli Stati Uniti, il cui atteggiamento evidenzia con chiarezza il rapporto che c’è tra l’Unione Europea, l’eurozona e il Patto Atlantico. Ed è appena il caso di ricordare che a questo Patto militare imperialista, fonte di guerre dirette e per procura, e di permanente instabilità internazionale, si vuole ora affiancare un trattato di libero scambio che rafforzerebbe i legami euro-atlantici proprio in un momento in cui il capitalismo europeo e statunitense sono in gravi difficoltà, e proprio in un momento in cui nel mondo emergono altri interlocutori e altre realtà politiche ed economiche a cui aprirsi.
I popoli europei stanno esprimendo, in forme diverse e non sempre univocamente progressive, un messaggio comunque chiaro nella sua sostanza: l’Unione Europea e l’Unione Economica e Monetaria (l’Eurozona) non sono più considerate fonti di progresso economico e sociale. Le logiche che presiedono a esse sono sempre più chiaramente antidemocratiche, sempre più evidente è la supremazia della Banca Centrale Europea sui governi democraticamente eletti e sugli stessi valori costituzionali che i paesi membri si sono dati, sempre più netta è l’iniquità delle politiche che vengono perseguite in nome del feticcio della “stabilità dei prezzi”, a beneficio dei grandi potentati economici e finanziari e a discapito della stragrande maggioranza della popolazione europea.
Non si può morire per Maastricht, non ci si può arrendere alla disoccupazione di massa e a un declino industriale e produttivo che ha tra le sue radici l’assunzione dei valori liberisti e monetaristi dei Trattati Europei e la loro sostituzione di fatto (mai sottoposta a voto popolare!) ai valori della nostra Costituzione.
È giunto il momento di dire con chiarezza che il conflitto tra i diritti riconosciuti dalla nostra Costituzione e gli pseudo-valori che informano i trattati europei, incentrati sull’assoluta preminenza del mercato in ogni campo,  deve risolversi a favore dei primi.
È giunto il momento di dire che oggi chiedere “più Europa” significa rafforzare questa Europa antidemocratica, reazionaria e atlantica.
È giunto il momento di dire che questa unione monetaria non rappresenta un passo avanti verso l’Europa dei popoli ma precisamente il contrario: è un meccanismo che accentua le gerarchie economiche in Europa, che rafforza i forti e indebolisce i deboli, che mette i popoli l’uno contro l’altro e porta alla messa in discussione anche di valori di civiltà civile e sociale che credevamo irreversibili. Precisamente come accade negli anni Trenta, in cui il gold standard, un altro meccanismo di cambi fissi, portò alla deflazione e aprì la porta al nazismo e alla seconda guerra mondiale.
È giunto il momento di rompere il tabù di una moneta che è diventato feticcio e strumento permanente di ricatto sociale.
È giunto il momento di appoggiare tutti coloro i quali, in Europa e a partire dalla Grecia, contrappongono di fatto a questa ideologia di carta moneta la centralità dei valori del lavoro e del progresso sociale, verso una società migliore di quella che decenni di pensiero unico e di dominio incontrastato delle classi dominanti e dei partiti che le rappresentano ci hanno imposto.
La conclusione è semplice e netta: nessun progresso sociale e nessuna politica di cooperazione e di pace con altre regioni del mondo è possibile se non si rompono le catene di questa gabbia neo-imperialista rappresentata dall’Unione europea, dall’euro e dalla Nato.
Fausto Sorini, segreteria nazionale PCdI, responsabile Esteri

domenica 24 maggio 2015

NO NATO

Portare l'Italia fuori dal sistema di guerra
Attuare l'articolo 11 della Costituzione

L’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che l’Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca sulla Pace quantifica in 72 milioni di euro al giorno.
Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno. 
È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, per un’alleanza la cui strategia non è difensiva, come essa proclama, ma offensiva.
Già il 7 novembre del 1991, subito dopo la prima guerra del Golfo (cui la NATO aveva partecipato non ufficialmente, ma con sue forze e strutture) il Consiglio Atlantico approvò il Nuovo Concetto Strategico, ribadito ed ufficializzato nel vertice dell’aprile 1999 a Washington, che impegna i paesi membri a condurre operazioni militari in “risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza”,  per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica, e migratoria. Da alleanza  che impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, la Nato viene trasformata in alleanza che prevede l’aggressione militare. 
La nuova strategia è stata messa in atto con le guerre in Jugoslavia (1994-1995 e 1999), in Afghanistan (2001-2015), in Libia (2011) e le azioni di destabilizzazione in Ucraina, in alleanza con forze fasciste locali, ed in Siria. Il Nuovo concetto strategico viola i principi della Carta delle Nazioni unite.
Uscendo dalla Nato, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola  la nostra Costituzione,  in particolare    l’articolo 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali.
L’appartenenza alla Nato priva la Repubblica italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali.
La più alta carica militare della Nato, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati uniti. E anche gli altri comandi chiave della Nato sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La Nato è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici.
L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti, esemplificata dalla rete di basi militari Usa/Nato sul nostro territorio che ha trasformato il nostro paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo.
Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.
L’Italia, uscendo dalla Nato e diventando neutrale, riacquisterebbe una parte sostanziale della propria sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.
         Sostieni la campagna per l'uscita dell'Italia dalla Nato
                                  per un’Italia neutrale.
                          LA PACE HA BISOGNO ANCHE DI TE

https://www.change.org/p/la-pace-ha-bisogno-di-te-sostieni-la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale?recruiter=57694195&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_page&utm_term=des-lg-no_src-no_msg&fb_ref=Default


 
di Domenico Losurdo

da domenicolosurdo.blogspot.it

A quanti anche a sinistra esprimono riserve ed esitazioni sull’appello e sulla campagna «No Guerra No Nato. Per un paese sovrano e neutrale» vorrei suggerire di riservare particolare attenzione a quello che scrivono da qualche tempo la stampa e i media statunitensi. Al centro del discorso è ormai la guerra; ed essa, ben lungi dal configurarsi come una prospettiva del tutto ipotetica e comunque assai remota, viene sin d’ora discussa e analizzata nelle sue implicazioni politiche e militari. Su «The National Interest» del 7 maggio scorso si può leggere un articolo particolarmente interessante. L’autore, Tom Nichols, non è un Pinco Pallino qualsiasi, è «Professor of National Security Affairs at the Naval War College». Il titolo è di per sé eloquente e quanto mai allarmante: In che modo America e Russia potrebbero provocare una guerra nucleare (How America and Russia Could Start a Nuclear War). È un concetto più volte ribadito nell’articolo (oltre che nelle lezioni) dell’illustre docente: la guerra nucleare «non è impossibile»; piuttosto che rimuoverla, gli USA farebbero bene a prepararsi a essa sul piano militare e politico.

Ma come? Ecco lo scenario immaginato dall’autore statunitense: la Russia, che già con Eltsin nel 1999 in occasione della campagna di bombardamenti della Nato contro la Jugoslavia ha profferito terribili minacce e che con Putin meno che mai si rassegna alla disfatta subita nella guerra fredda, finisce con il provocare una guerra che da convenzionale diventa nucleare e che conosce una progressiva scalata anche a questo livello. Ed ecco i risultati: negli USA le vittime non si contano; la sorte dei sopravvissuti forse è ancora peggiore sicché, per accorciare le sofferenze, occorre somministrare loro la morte mediante eutanasia; il caos è totale e a far rispettare l’ordine pubblico può essere solo la «legge marziale». Ora vediamo quello che succede nel territorio del nemico sconfitto, e colpito non solo dagli USA ma anche dall’Europa e in particolare da Francia e Gran Bretagna, esse stesse potenze nucleari:

«In Russia, la situazione sarà ancora peggio [che negli USA]. La piena disintegrazione dell’Impero Russo, iniziata nel 1905 e interrotta solo dall’aberrazione sovietica, giungerà finalmente a compimento. Scoppierà una seconda guerra civile russa e l’Eurasia, per decenni se non più a lungo, sarà solo un miscuglio di Stati etnici devastati e governati da uomini forti. Qualche rimasuglio di Stato russo potrebbe riemergere dalle ceneri ma probabilmente sarà soffocato una volta per sempre da una Europa non intenzionata a perdonare una così grande devastazione».

Nel titolo l’articolo qui citato fa riferimento solo alla possibile guerra nucleare tra Stati Uniti e Russia, ma chiaramente l’autore non si accontenta delle mezze misure. Il suo discorso prosegue evocando una replica in Asia dello scenario appena visto. In questo caso non è Mosca ma Pechino a provocare la guerra prima convenzionale e poi nucleare con conseguenze ancora più terrificanti. Il risultato però è lo stesso: «Gli Stati Uniti d’America in qualche modo sopravvivranno. La Repubblica Popolare di Cina, analogamente alla Federazione Russa, cesserà di esistere in quanto entità politica».

È una conclusione rivelatrice, che involontariamente getta luce sul progetto o meglio sul sogno accarezzato dai campioni della nuova guerra fredda e calda. Non si tratta di respingere l’«aggressione» attribuita alla Russia e alla Cina, e non si tratta neppure di disarmare questi paesi e di metterli nella condizione di non nuocere. No, si tratta di annientarli in quanto Stati, in quanto «entità politiche». Almeno per quanto riguarda la Russia, l’autore si lascia sfuggire che la sua «disintegrazione» è il risultato di un processo benefico iniziato nel 1905, disgraziatamente interrotto dal potere sovietico ma che potrebbe «finalmente» (finally) giungere alla sua conclusione. A ritardare la «disintegrazione» totale della Russia che s’impone è stata solo l’«aberrazione» del paese scaturito dalla rivoluzione d’ottobre. Sembrerebbe che l’autore statunitense qui citato esprima disappunto e delusione per la disfatta subita dalla Germania nazista a Stalingrado.

Una cosa è certa: distruggere la Russia quale «entità politica» era il progetto caro al Terzo Reich. E dunque non è un caso che la NATO, almeno in Ucraina, collabori apertamente con movimenti e circoli neonazisti. Distruggere la Cina quale «entità politica» era invece il progetto caro all’imperialismo giapponese, emulo in Asia dell’imperialismo hitleriano. E, dunque, non a caso gli Stati Uniti rafforzano il loro asse con un Giappone che rinnega la sua costituzione pacifista e che è impegnato in un forsennato revisionismo storico, con la riduzione a bagattella o quasi di uno dei capitoli più orribili della storia del colonialismo e dell’imperialismo (i crimini di cui si è macchiato l’Impero del Sol Levante nel tentativo di assoggettare e schiavizzare il popolo cinese e altri popoli asiatici).

L’articolo che ho lungamente citato è sintomatico. Già in base alla dottrina proclamata da Bush jr, gli USA si attribuivano il diritto di stroncare tempestivamente l’emergere di possibili competitori della superpotenza allora del tutto solitaria. Chiaramente tale dottrina continua a ispirare nella repubblica nordamericana circoli militari e politici pronti a correre il rischio anche di una guerra nucleare.

È a questa minaccia che intendono rispondere – finalmente! – l’appello e la campagna «No Guerra No Nato. Per un paese sovrano e neutrale». È incoraggiante che in questa iniziativa siano impegnate personalità illustri con un diverso orientamento politico e ideologico. In difesa della pace internazionale e della salvezza del paese è possibile promuovere uno schieramento assai largo.

Sennonché, come accennavo all’inizio, ci imbattiamo talvolta in riserve ed esitazioni che si manifestano in ambienti inaspettati e insospettati e che fanno persino riferimento al movimento comunista. Si tratta di riserve ed esitazioni di cui non si comprende bene il senso. Per cominciare a organizzarci contro la guerra dobbiamo attendere che diventi una realtà la prospettiva di distruzione e di morte su larghissima scala che emerge dalla stampa internazionale e in primo luogo statunitense? Sarebbe un atteggiamento irresponsabile e suicida. È vero, le forze che hanno compreso la reale natura della NATO e che sono pronte a lottare contro di essa sono oggi piuttosto ridotte. Ma da questa constatazione discende non la legittimità del rinvio del nostro impegno nella lotta per la pace, ma al contrario la sua assoluta urgenza. Abbiamo una grande storia alle spalle. A suo tempo Lenin ha lanciato la parola d’ordine della trasformazione della guerra in rivoluzione allorché, mentre in diversi paesi europei, accecati per qualche tempo dall’ideologia dominante, i giovani correvano in massa festanti e entusiasti all’arruolamento volontario come andando incontro a un appuntamento erotico. Ovviamente, la situazione odierna è quanto mai diversa, ma non c’è alcun motivo per abdicare al compito di diffondere la consapevolezza dei pericoli di guerra e di denunciare la politica di guerra della NATO. Sin d’ora è possibile e necessario contestare e confutare una per una le manipolazioni dell’industria della menzogna che è al tempo stesso l’industria della propaganda bellica; sin d’ora è possibile e necessario contrastare ogni misura politica e militare che minaccia di avvicinarci alla catastrofe: E tutto ciò mai perdere di vista l’obiettivo strategico dell’espulsione della NATO dal nostro paese.

Le riserve e le esitazioni nei confronti dell’appello e della campagna contro la NATO non hanno alcuna plausibilità politica e morale. C’è però una spiegazione, che non è una giustificazione. Almeno in Europa occidentale la dura sconfitta subita dal movimento comunista tra il 1989 e il 1991 ha comportato un terribile impoverimento non solo teorico ma anche etico-politico. Il primo è largamente noto, e io ho cercato di contribuire a chiarirlo in primo luogo con i miei libri sulla «sinistra assente» e sul «revisionismo storico». Ora è sull’impoverimento etico-politico che vorrei dire qualcosa: anche gli intellettuali che non si associano al coro impegnato a infangare la «forma-partito» si rivelano spesso incapaci di agire in modo associato. Sembrano aver dimenticato il significato dell’agire politico e soprattutto di un agire politico che intenda trasformare radicalmente la realtà esistente e che pertanto è costretto a scontrarsi con un apparato di manipolazione più poderoso che mai. Sappiamo dai nostri classici che la piccola produzione è il terreno sul quale attecchisce l’anarchismo. Gli odierni sviluppi della comunicazione digitale comportano di fatto un forte rilancio della piccola produzione intellettuale. Ed ecco che, nel clima venutosi a creare in seguito alla sconfitta del 1989-1991 e al connesso impoverimento etico-politico, non pochi intellettuali anche di orientamento comunista tendono a rinchiudersi ciascuno nel suo blog e nel suo sito. In questo blog e in questo sito il singolo intellettuale ha da misurarsi solo con se stesso, senza imbattersi nelle contraddizioni e nei conflitti che sono propri dell’agire politico in quanto agire associato.

Abbiamo allora blog e siti di orientamento comunista, non poche volte pregevoli e talvolta assai pregevoli, ma assai spesso in misura diversa affetti da quella vecchia malattia che è l’anarchismo da gran signore, resa più acuta e più difficilmente curabile dall’impoverimento etico-politico cui ho accennato, e ora in grado di manifestarsi senza più ostacoli grazie ai miracoli della comunicazione digitale. Per ognuno di questi intellettuali il proprio blog e il proprio sito sono al tempo stesso il partito e il giornale in quanto tali. E questi intellettuali si atteggiano in tal modo per il fatto che – essi lamentano – mancano il partito e il giornale.

Soprattutto per quanto riguarda il primo punto, ai lettori di questo blog sono già note le mie prese di posizione pubblica, che qui non ho bisogno di ribadire. Voglio aggiungere solo un’osservazione. Se i diversi siti e blog di cui ho parlato s’impegnassero a condurre la campagna «No Guerra No Nato. Per un paese sovrano e neutrale», denunciando giorno dopo giorno i piani di espansione e di guerra della Nato e le sue manovre per destabilizzare con ogni mezzo (anche facendo ricorso all’ISIS) i paesi che a tutto ciò si oppongono, allora sì che avremmo compiuto un passo concreto e importante in direzione della fondazione di un giornale nazionale (nel senso leninista e gramsciano del termine). E se nel corso di questa campagna un numero considerevole di intellettuali e di militanti riscoprisse la voglia e il senso dell’agire politico, che è sempre un agire associato soprattutto quando persegue obiettivi di trasformazione radicale della realtà politico-sociale, allora avremmo fatto un passo concreto e importante in direzione della soluzione del problema del partito per la quale tutti siamo chiamati a impegnarci.

[DL 21 maggio 2015]
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