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venerdì 10 luglio 2015

COSTITUENTE COMUNISTA

Per la Costituente Comunista


Negli ultimi venticinque anni la sinistra italiana ha conosciuto un fiorire intenso di appelli, “nuovi inizi” e costituenti, tutti, in modo più o meno rapido, falliti o sclerotizzatisi. Perché dunque questo nostro appello può e deve essere diverso? Quali caratteristiche deve avere il percorso che abbiamo avviato, ed il soggetto che vogliamo costruire?
Il fatto di perseguire un partito comunista, e non un soggetto genericamente di sinistra più o meno “radicale” ed “antagonista”, è un buon punto di partenza: ma non è il primo appello alla “unità dei comunisti” o alla “costruzione di un soggetto comunista” che vediamo. Altri ve ne sono stati e sono essi pure falliti – o si sono concretizzati nella nascita di un gruppuscolo irrilevante ed autoreferenziale, una caricatura di soggetto rivoluzionario come tante ne sono esistite nella storia, e ancora ne esisteranno.
Noi vogliamo e possiamo essere una cosa differente. Lo possiamo, perché il momento storico è gravido di novità – che siano positive o negative per le classi subalterne lo vedremo, e dipenderà anche da come si posizioneranno e si comporteranno i soggetti sociali e politici – tanto in Italia ed in Europa quanto nel complesso mondiale. Il sistema socioeconomico dominante scricchiola da più parti. Dobbiamo dunque recuperare e continuare la capacità dei comunisti di leggere oggettivamente la realtà, con i dovuti strumenti: in questo segnali positivi ve ne sono, abbiamo in questi mesi ripreso a dare il dovuto peso alle attività di analisi e di studio, e voglio ringraziare in tal senso in primis i compagni di MarxXXI per il lavoro enorme che stanno conducendo.
In Italia da troppo tempo manca un soggetto in grado di essere al contempo attento analista della realtà e propositivo supporto alle rivendicazioni delle masse popolari. Quel PCI “ucciso” da una malcostruita idea di “modernità”, dal prevalere di una idea di liquidazione della tradizione comunista, rispetto ad una storia di originale pensiero e pratica politica, che aveva saputo per decenni armonizzare spinta rivoluzionaria e capacità di intervento e di riforma, che aveva saputo sviluppare il meglio del pensiero comunista senza chiusure, settarismi e dogmatismi.
Ecco, a quella esperienza noi ci vogliamo e ci dobbiamo ispirare. Non è possibile ricreare quel partito: ma a quella tradizione, tutta intera, ci richiamiamo, senza agiografia né nostalgia ed al contempo consci delle difficoltà e degli errori – perché se dobbiamo ritrovarne il meglio dobbiamo evitare di percorrere le medesime strade che ne hanno segnato l’autodistruzione.
Cosa è necessario in tal senso? Dobbiamo in primo luogo evitare di dar vita all’ennesima iniziativa autoreferenziale e di pura sopravvivenza di un ormai logoro “ceto politico”: senza astio, grati per il lavoro fatto e interessati all’esperienza accumulata, ma chi ha fatto la sua strada e porta in prima persona la responsabilità di tanti errori di questi ultimi decenni, deve farsi da parte. Nel contempo dobbiamo lavorare alla preparazione di una nuova generazione di dirigenti, ben preparati e ben sostenuti dalla base, evitando alcuni fondamentali errori che han contribuito alla fine del PCI (l’eccesso di eclettismo nella formazione, ma soprattutto l’aver consentito forme di cristallizzazione di un “ceto funzionariale” separato dalla base, autoriproducentesi attraverso un eccessivo ricorso alla cooptazione ed un uso quantomeno “fantasioso” delle procedure statutarie).
Funzionale a questo – e vitale per un vero partito comunista – è il radicamento sociale. Non siamo più nella stagione dei partiti di massa, è vero, ma un partito comunista non può rinunciare alla sua presenza capillare nei luoghi di vita e di lavoro ed alla sua funzione anche pedagogica; in questa direzione rinfrancano le numerose adesioni di nuclei operai al nostro percorso, come il sostegno attivo di tanti esponenti del pensiero critico in tanti campi dell’accademia e non solo. Dovremo essere presenti, attivi e credibili, in tutte le rivendicazioni progressive, nelle pieghe più sofferenti della società, con quella già richiamata capacità di coniugare afflato rivoluzionario e pragmatica capacità di intervento e di proposta. Macaluso, un esponente del PCI col quale spesso non sono stato d’accordo, ha definito nel titolo di un suo libro i comunisti italiani “comunisti e riformisti”: ed in ciò credo stesse una delle fondamentali peculiarità di quel partito che giunse a raccogliere l’adesione di oltre due milioni di italiani sotto Togliatti, e che con Berlinguer giunse a raccogliere oltre il 30% dei voti di un elettorato allora più ampio, in termini di partecipazione al voto, dell’attuale. Quell’approccio dobbiamo recuperare, evitando di ripetere la deriva che lo spense in una banale abiura della storia comunista….
Corollario indispensabile, la definizione di chiare ed efficaci regole di partecipazione alla vita del partito, di regole per la nomina e la revoca dei dirigenti, di regole – soprattutto – per la elaborazione collettiva. Il partito è un “intellettuale collettivo” e come tale deve agire, dunque dobbiamo rilanciare – in TUTTA la sua articolazione -, il centralismo democratico. In questi venticinque anni, anzi già da prima, tanto danno han fatto al movimento comunista le divisioni pregiudiziali, le lotte intestine, che erano causa ed effetto (al contempo) di una modalità sclerotizzata di conduzione delle discussioni. Che non puntavano alla sintesi e dunqe MAI avrebbero potuto praticarla.
Un Partito Comunista degno di questo nome non può prescindere da una compiuta applicazione del centralismo democratico, che solo può garantire la piena partecipazione di tutto il corpo del partito stesso alle discussioni ed alla elaborazione politica.
L’ultimo elemento che ritengo fondamentale per il successo di questo nostro appello è il tema della comunicazione. Abbiamo scarsissime risorse, è vero, ma dobbiamo fare ogni sforzo in nostro potere per dotarci di efficaci strumenti di comunicazione. Non solo e non tanto perché un soggetto politico che non comunica è un soggetto irrilevante, quanto perché il Partito Comunista si rivolge a quella maggioranza che non sa di essere maggioranza – quella classe in sé che deve maturare in classe per sé -, maggioranza che non detenendo i mezzi di produzione è per molti aspetti succube del potere costituito. Nella società attuale, il controllo dei mezzi di comunicazione è pervasivo – noi ci troviamo ad agire praticamente in condizioni di clandestinità, ma non sarebbe la prima volta per i comunisti italiani: dunque dobbiamo lavorare alacremente per creare nostri canali di comunicazione, che ci consentano di ripristinare la nostra autorevolezza e di diffondere ampiamente le nostre proposte. In tal senso di viene fondamentale munirci di un organo ufficiale, riconosciuto (e magari registrato, in modo da poterne imporre la presenza nelle rassegne stampa), fosse anche, in una prima fase, esclusivamente online.
Bene, compagni e compagne, ora non ci resta che lavorare, come disse Berlinguer, “casa per casa, strada per strada”…
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